Lettere alla parrocchia

pubblicate mensilmente sul Notiziario dell'Unità Pastorale


Chiamati a vivere nell'orizzonte di Dio (settembre 2017)

Forse con tutti gli slogan, che la pubblicità dei vari "divi del momento" ci propina per la sua soluzione commerciale" della vita, può sembrarci poco significativa la nostra ricchezza di vita cristiana che afferma come: tutti siamo chiamati alla vita per vivere nell'orizzonte di Dio.
E' facile, ancora oggi, facendo riferimento alle realtà storiche dei nostri campanili che, punteggiando da secoli le nostre valli, con il suono delle campane, ci hanno testimoniato questa nostra realtà umana che annuncia, per grazia, la sua comunione eterna con il Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Da secoli, le nostre chiese, che ci stanno profondamente a cuore, sono il bell'annuncio quotidiano dell'amore eterno nel quale Dio ci ha chiamato a condividere il suo progetto di vita:
"amatevi come io vi ho amato".
I nostri predecessori hanno mantenuto "alta", per fede, questa comunione con Dio attraverso tradizioni che affondano le proprie radici proprio in questo legame di vita e di riconoscenza con il Signore del cielo e della terra e con tutti i suoi santi.
Infatti questa profonda eredità spirituale, che ci è stata trasmessa con la ricchezza della tradizione alimentata dalla fede, caratterizza ancora oggi tante nostre scelte di vita quotidiane.
Ai nostri giorni però, questa ricca eredità spirituale, la "vediamo" minacciata dall'invadenza dell'individualismo che spinge a lasciare le chiese e i campanili come presenze solo storiche-architettoniche del passato.
Ci si accorge di questa mentalità staccata dallo "sguardo al cielo" anche durante le feste patronali nelle quali sono molto vissute le tavole imbandite e molto meno i banchi della preghiera. Certamente il calore delle relazioni umane non manca, ma il riferimento al Santo che dà il nome alla festa rimane molto sullo sfondo. Anzi l'impegno per l'accoglienza "nutritiva" è così impellente che spinge a delegare a pochi la responsabilità di ringraziare il patrono nella preghiera come è la santa messa per la quale il patrono di "turno" si nutri per saper amare pienamente con la sua vita di testimone. Basta fare memoria della Vergine Maria a cui siamo tanto devoti, di san Giorgio, di san Genesio, di san Luigi, di san Rocco, di san Michele, ecc..
Ma ecco che oggi, forse, è più facile che i pro-pronipoti delle "generazioni", che avevano voluto slanciare verso il cielo il ringraziamento a Dio Padre per la sua meravigliosa misericordia, rischiano di ricordare solo il nome del patrono legato a manifestazioni di pranzi e cene che abbondano piacevolmente.
E' pur vero che ciascuno vede le cose dal suo punto di vista, ma se il nome della festa è legato al nome di un santo potrebbe essere plausibile vederlo anche al centro della medesima festa come si fa normalmente quando si festeggia il compleanno di una persona amata. La persona amata diventa infatti il "centro" di molte premure e attenzioni proprio perché è grazie a lei che si fa festa, che ci si scambia doni, che s'invitano gli amici e i vicini.. ..
Tutto infatti vuole celebrare la presenza del festeggiato. Le mamme e i papà, i nonni e gli zii si preparano per tempo per "circondare di gioia" il festeggiato, tanto caro al loro cuore.
Ciascuno vuole esserci proprio per ringraziare con quello che si può e si desidera donare.
Sante mamme e papà, santi nonni e nonne che saprete sempre aprire gli orizzonti dei vostri figli e nipoti al "cuore" delle feste patronali sapendo mettere al centro di esse la vita gloriosa e misericordiosa dei santi.
Campanili e chiese saranno così "consegnati" nelle loro mani al fine di perpetuare e arricchire la gioia della festa dei "patroni" per la vita quotidiana.
don Ervé


FESTE PATRONALI: "Via" alla missione dell'accoglienza in Cristo (agosto 2017)

Da quasi tre anni il Signore, nella Chiesa di Milano, dopo il servizio alla Chiesa nel Niger, mi ha dato la grazia di essere contemporaneamente parroco delle due parrocchie di Domo e di Porto entrambe dedicate alla Vergine Assunta e unite tra loro nell’unità pastorale.
Grazie a questo “cammino” sempre più sto scoprendo, con il mio ministero al servizio del cammino dell’ unità, la sua ricchezza e le sue tentazioni .
Spesso ho parlato infatti, e spero anche di aver vissuto, della vita affascinante di corresponsabilità che questa esperienza in una unità pastorale ci offre tanto che, a volte, ho provato delusione per le scelte di coloro che non colgono questa bellezza del cammino di fede nonostante gli anni che hanno già vissuto in questa realtà pastorale.
Come sappiamo “l’uomo della strada”, su questo, è spesso sferzante perché non comprende come coloro che sono chiamati ad “amarsi nel Signore”, attraverso la concreta vita quotidiana, possano disinteressasi gli uni degli altri o addirittura “ferirsi”.
Certamente queste scelte non possono dare vero volto alla festa patronale perché portano in sé la divisione che si esprime con la distanza di fraternità alla quale invece la Vergine Maria vuole condurci. Anche il grande apostolo Giacomo scriveva in una delle sue lettera alle sue comunità: “come fai a dire che ami Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi” e aggiungo io, che Lui stesso ti ha messo accanto perché questa è il dono che Dio ci fa giornalmente: “testimoniare insieme nella diversità dei –talenti-”.
Dobbiamo però anche testimoniare che, nei percorsi seri di verifica della nostra fede in Lui, si sono costruiti tanti cammini di accoglienza che ci hanno toccati profondamente perché manifestano la testimonianza della sua volontà che già ai primi discepoli diceva: “siate una cosa sola come io sono con il Padre”.
Mi aiuta a comprendere la bellezza della vita evangelica di corresponsabilità delle nostre Comunità la vita normale di tantissime famiglie che nei compleanni di qualsiasi loro familiare si prodigano per far festa con il cuore anche quando le risorse materiali sono poche. Al festeggiato ci si fa “vicini” offrendogli una giornata di gioia e di quella comunione ricca di attenzioni vissuta nella famiglia. Molto di più dovrebbe dunque essere un motivo per far festa per coloro che sono “pietre vive della famiglia di Dio”. Essa infatti è generata a prezzo del dono totale del Figlio di Dio per la grazia dello Spirito Santo” perché sul territorio possa manifestare questo progetto d’amore nella reciproca accoglienza reciproca aperta a tutti.
Si, secondo me, secondo la mia fede, secondo il mio ministero non può essere che così, altrimenti non è più il Signore Dio il mio Pastore, ma nel bene e nel male mi guidano solo i miei sentimenti. Essi sono fabbricati dal mio desiderio e non dalla conversione, essi sono troppo terreni per essere materni e paterni i quali, come ben sappiamo, domandano di dare la vita perché solo l’amore è strada feconda di libertà umana che lascia al Signore di farci suoi discepoli.
In mezzo alle due feste patronali allora abbiamo il dono, la gioia e la responsabilità dell’accoglienza dell’altro perché con noi mostra la “famiglia di Dio incarnata” come Gesù e la mamma Maria ci chiedono, accompagnandoci giorno per giorno, di vivere. L’ultima esperienza vissuta attorno alla Madonna pellegrina di Fatima aveva precisamente questo desiderio di Comunione di fronte alle tante scelte individualistiche di relazione di vita quotidiana che “il mondo” propone.

Ho scritto questa mia testimonianza nei miei giorni di vita in ospedale per l’operazione ad un anca. Lì ho compreso ancor meglio questa bellezza del cammino di fraterna comunione mentre vivevo il tempo per stemperare il dolore dell’intervento attraverso la gioia, che si fa lacrime di ringraziamento, di poter servire due comunità nel Decanato di Luino solo perché, come chiede il Signore a ciascuno, si possa vivere e testimoniare la bellezza dell’accoglienza della volontà di Dio nella quotidianità familiare, lavorativa, di riposo e di festa, di dolore o di abbandono... affidandoci alla fede che sostiene i dubbi, che rimargina i tradimenti, che riprende cammini interrotti per vanità, orgoglio o rigidità umana. Nella fecondità della fragilità di quei momenti di fatica ho potuto così rinnovare il mio si alla bellezza della corresponsabilità pastorale di cui sono umile, ma spero tenace servitore nelle nostre due parrocchie perché camminino sempre più per esserne insieme testimoni nel mondo che vive con noi e in noi. don Ervé


IO SONO IL PANE DISCESO DAL CIELO (luglio 2017)

Questa testimonianza di Gesù, incastonata nel discorso nella sinagoga di Cafarnao, ci permettere di comprendere a quale intimità il Signore ci dona di vivere aiutandoci così a riscoprire il primato di ogni persona nel disegno d'amore totale di Dio. Gesù, da sempre, aveva mostrato, con tutta la sua vita, ai suoi discepoli il "volto" misericordioso di Dio chiedendo di lasciarsi guidare dalla sua presenza viva e operante nelle comunità cristiane chiamate a seguirlo a servizio di tutti.
La solennità del Corpus Domini né è una testimonianza ancora attuale con la quale continuiamo ad accoglierlo con vigore soprattutto ora nelle terribili umiliazioni che tanti fratelli e sorelle subiscono in tantissime situazioni di vita nel mondo. Violenze di guerra, di egoismi che generano tradimenti della dignità di ogni persona lasciando spazio all'individualismo emancipato a scapito della solidarietà che valorizza la vita del mondo. L'irresponsabilità nella cura del bene del prossimo ci pone quotidianamente dentro scenari di sofferenze inumane. Dalla Croce Gesù però ha mostrato l'unica via che salva: vivere come per-dono. Egli consacra questa scelta con cui chiede al Padre il per-dono di coloro che, uccidendo, non sanno veramente quello che fanno cioè che possano ri-scoprire la loro dignità autentica: vivere come DONO. Questa vera realtà di vita è davanti ai nostri "occhi" grazie a una folla immensa di mamme e padri che non solo danno la vita, ma si donano pienamente perché questa vita arrivi a "compimento".
Gesù, che personalmente ha vissuto nelle scelte di violenza contro di lui, non ha mai avvallato la violenza, ma ha sempre mostrato la via perché non sia mai la violenza (o il buonismo) a gestire le relazioni.
Di fronte alle atrocità di cui, quasi in tempo reale, siamo messi crudamente al corrente o peggio anche coinvolti, Gesù indica ancora oggi la strada della testimonianza del "dono" contro ogni atrocità. Ed è la strada che attinge al "diritto inalienabile" ad essere persone e che per questo riconosce sempre il valore dell'altro agendo perché si vivano scelte: personali, comunitarie, mondiali che impediscano di umiliare la propria vita e la vita degli altri con la violenza come via di risoluzione dei possibili "conflitti".
E' la strada umana della vita nella quale Gesù ci rende "capaci di esserci" per vivere la nostra quotidiana testimonianza al fine di lavorare, con tutte le nostre forze, per il diritto della dignità di ogni persona.
Nella richiesta di per-dono, compiuta da Gesù sulla croce del Calvario, la bestialità delle cattiverie umane non è stata avvolta dal perdonismo benpensante, tutt'altro, ma dalla necessità di vivere come testimoni del valore di ogni persona soprattutto quando questa è "drammaticamente smarrita" e non agisce più secondo la sua umanità e si lascia condurre dagli egoismi che la narcotizzano in un crescendo disastroso di cieca vanità. Qui e sempre dobbiamo essere testimoni della nostra piena umanità senza lasciare spiragli agli egoismi o alle paure che soffiano nei nostri cuori.
La perdita della propria umanità a volte è un processo non sempre violento, ma avviene anche quando ci si lascia sedurre dal calcolo solo individuale nelle relazioni o da relazioni chiuse sul proprio mondo. Non vedo più l'altro, ma solo i miei amici o gli antagonisti.
La festa "del Corpo e Sangue di Cristo" possa sempre sostenerci per "farci vivere come comunità in uscita" per essere, nella nostra scelta quotidiana di vita, dei testimoni della dignità di ogni persona.

don Erve


SPUNTI DA UN'OMELIA DI GESU' (giugno 2017)
Quel giorno, nel viaggio verso Cafarnao l'evangelista Marco ci riferisce che Gesù parlava con i suoi discepoli: "Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà".
Proponeva loro lo stile di vita per crescere come discepoli, ma: " Essi non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
(Mc 9,31-33)
A Gesù non era sfuggita questa "lontananza" nell'accogliere la sua proposta di vita tanto che, continua l'evangelista, quando giunsero a Cafarnao ed entrarono in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?". Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
L'evangelista fa tranquillamente emergere la dissonanza tra il progetto di Gesù e le attese dei suoi discepoli.
Per loro infatti, per la logica mondana dell'importanza dell'uno rispetto agli altri, (un'abitudine che non cessa mai di intossicare le relazioni tra le persone anche nell'oggi dei discepoli), molto probabilmente l'idea della responsabilità del "servire" finiva con il disprezzare lo stesso servire perché lo faceva diventare presunzione sul prossimo: "chi era il più grande" dando per scontata la logica del "comando".
Ma Gesù, capito l'errore dei suoi "sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti". E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
"Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato".
Spesse volte Gesù, nei suoi "incontri" con la gente e con i suoi discepoli, ha testimoniato il suo messaggio d'amore "mettendo al centro" i "piccoli".
La regola di Gesù è quindi accolta e vissuta dando accoglienza a chi è "più piccolo", a chi ha bisogno di essere amato perché da solo non ce la farebbe a vivere. Lo sanno benissimo le mamme e i papà che amano i loro piccoli.
Così Papa Francesco sprona le Comunità cristiane ad essere come ospedali da campo, dove si fa il possibile per accogliere e offrire aiuto a chiunque è bisognoso.
Mi piace, per concludere,far mia questa frase di un autore del quale non ricordo il nome, ma che è rimasta impressa nel mio cuore:
"Accogliere, è il verbo che genera il mondo come Dio lo sogna. Il nostro mondo avrà un futuro buono quando l'accoglienza, tema bruciante oggi su tutti i confini d'Europa, sarà il nome nuovo della civiltà.


ALLARGARE GLI ORIZZONTI (maggio 2017)

Molti di noi hanno nella loro memoria di fanciulli, e non solo, le serate del mese di maggio quando si aspettava con una certa ansia la sera per partecipare al "mese di maggio". La bellezza della tradizione, che i parenti avevano messo nel nostro cuore con la preghiera comunitaria del santo Rosario, ci accomunava, come una carovana d'amici, sera dopo sera, nelle vie parrocchiali. Così, nel risvegliarsi della natura con la sua atmosfera ricca di nuova vita che le tante piccole lucciole manifestavano nel loro apparire improvviso e fiabesco ci aprivamo in modo intimo e comunitario alla ricchezza del mistero dell'amore materno di Maria.
Lei, che per prima aveva accolto il dono totale di Dio che le chiedeva d'essere "madre", ci prendeva per mano facendoci accogliere con trepidazione, a nostra volta , l'incarnazione di Dio in noi nella semplicità della preghiera dell'Ave Maria.
Beati i nostri parenti che, stanchi delle loro intense giornate di lavoro, ci prendevano per mano accompagnandoci a vivere le prime "offerte" della nostre piccole vite di credenti insieme agli adulti del paese che ci affidavano la luce dei flambeaux quasi per incoraggiarci ad affidarci ancora più intensamente alla maternità di Maria. I "grandi" portavano gli stendardi che noi bambini sognavamo già di poter portare a nostra volta quando gli anni ci avrebbero resi adulti. E così guidati comprendevamo che Maria si "faceva mamma" di ciascuno di noi nella semplicità della testimonianza dei nostri Cari. Davvero questa era una catechesi affascinante e coinvolgente, per me sicuramente una delle più belle, perché "scritta" con "parole di vita familiare e fraterna".
Anche quest'anno, nel solco delle nostre tradizioni, usciremo sulle nostre strade per rinnovare in noi, personalmente e comunitariamente, l'accoglienza a Maria. Con la preghiera del santo rosario presso quei luoghi che possono aiutare a testimoniare una fede vissuta nella quotidianità, perché situati nel cuore delle case, delle frazioni, continuiamo a chiedere di essere partecipi, con autenticità e umiltà, al disegno d'amore materno che la mamma di Gesù e madre nostra Maria continua ad offrirci per rendere "piena" la nostra vita umana.
A dare significato e spessore alla bellezza della nostra umanità, che nel Signore Dio ha trovato la sua fonte, in questo mese di maggio vivremo anche le sante 40 ore. Questo "spazio di conversione e rinnovamento" dei nostri rapporti umani alla scuola di Gesù Cristo che "non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza a Dio, ma spogliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce..." ci offrirà e c'immergerà in una contemplazione della totalità della sua passione per ogni persona. Riscoprirci appassionatamente e gratuitamente amati da Dio ci aiuterà a rinnovare in noi lo stile di Dio che ci è proprio perché chiamati alla vita per essere partecipi per sempre della sua Vita divina.
A volte, infatti, questa nostra realtà umana è manipolata dalle pseudo culture umane, come ad esempio quella dell'individualismo, che fanno della separazione un bene per la persona. Ma ogni chiusura è come un'offesa alla dignità della persona che nella sua stessa caratteristica corporea si manifesta concretamente come una costante necessità di relazione positiva contro ogni teoria di separazione. Con il nascere "entriamo" nel cammino umano che si costruisce nella continuità del "ricevere e del donare" affinché ogni "talento" della persona possa trovare vita e compimento.
Così mi sembra possibile concludere che nella centralità della famiglia naturale, con le sue caratteristiche di fecondità e di educazione all'accoglienza e al dono, si manifesta l'appartenenza di ogni persona alla passione della Santissima Trinità che in Cristo, da sempre ci ha voluti figli di Dio cioè capaci di amare e di essere amati.

don Hervé


la vita "NUOVA": la PASQUA di GESU' (aprile 2017)

Ricorreva la Pasqua ebraica e Gesù,... "venuta la sera si mise a mensa con i Dodici. Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e pronunziata la benedizione, lo spezzo e lo diede ai discepoli dicendo: Prendete e mangiate questo è il mio corpo...."
Con questo avvenimento, secondo l'evangelista Matteo, Gesù pone i suoi discepoli dentro la nuova Alleanza che egli fonda su se stesso.: "prendete e mangiate questo è il mio corpo".
Sicuramente era stato un momento particolarmente intenso per gli Apostoli, "abituati" dalla Pasqua ebraica a vivere l'alleanza con Dio attraverso la tradizione, ma certamente non avevano ancora compreso il dono ricevuto: totalmente intimi con Dio e quindi il radicale cambiamento a cui erano chiamati a vivere con Dio e tra di loro.
Da quella sera, con la celebrazione della vita nuova, la prima santa messa o la nuova Alleanza, erano chiamati a celebrare per sempre la Pasqua nel "corpo e sangue di Cristo" vivendo il "compimento" dell'Alleanza mosaica.
Fino a quella cena, il motivo della celebrazione della Pasqua con il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosé… era quello di mantenere viva la consapevolezza di essere il popolo eletto, separato.
Ma, nonostante questa "nuova e definitiva alleanza", nelle ore che seguirono i discepoli, che si erano trovati immersi in questa disponibilità d'amore totale di Gesù, il Cristo, non seppero accettarla. Anzi vivranno un rifiuto netto e totale a seguire il Maestro. Questo rifiuto era già emerso nella scelta di Giuda, ma poco dopo prenderà anche il cuore e la vita di tutti gli altri.
Tutto questo sarà evidenziato e non taciuto dagli evangelisti, in modo dolorosamente forte, con la narrazione del triplice tradimento di Pietro.
La Parola di Dio riporta inoltre che l'incomprensione più totale di questa nuova alleanza si diffuse a macchia d'olio nella vita di tutti coloro che si erano fatti discepoli e discepole di Gesù.
Fatti eclatanti non ci furono risparmiati dagli evangelisti che non intesero nascondere questa sfiducia totale nella nuova ed eterna alleanza in Gesù, il Cristo.
Ricordo per esempio la testimonianza dei due discepoli di Emmaus che amaramente, ma anche candidamente testimoniarono: "speravamo che fosse Lui", ma, per dirla brevemente questa loro crisi di profonda delusione, ... l'hanno ucciso.
Poi l'avvenimento incredibile che è anche la radice della nostra fede: la Risurrezione di Gesù e in Lui la vittoria definitiva sulla morte e sulla crudeltà degli uomini.
Con il dono dello Suo Spirito, il Risorto "aprirà" i suoi discepoli alla comprensione del vero orizzonte della vita umana: la Vita eterna.
Fu così che gli apostoli, con i discepoli di ogni epoca, avendo finalmente rotto con il loro protagonismo e affidandosi pienamente a Lui, avevano cominciato a vivere la nuova ed eterna Alleanza in Gesù, il Cristo di Dio Padre, anche a prezzo della loro stessa vita.
L'amatevi come io vi ho amato diviene così realtà quotidiana per tutti coloro che accolgono di fare Pasqua in Gesù Cristo.
Allora buona Pasqua anche a ciascuno di noi perché, sostenendoci con la vicendevole testimonianza, diventiamo per il mondo eucarestia di Dio per il prossimo.
don Hervé


non viviamo da soli (marzo 2017)

Il mese scorso avevo messo in evidenza la volontà di Gesù, consegnata a tutti i suoi discepoli: "diventerete un solo gregge, un solo pastore" nella sua concreta realizzazione espressa nell': "andate in tutto il mondo e fate discepoli tutte le nazioni" guidati però dall': "amatevi come io vi ho amato".
Dicevo inoltre che l'orizzonte di Gesù, nel quale anche ogni discepolo viene totalmente coinvolto, è la ricchezza della missione perché:
"la messe è molta…".
Vorrei questo mese valorizzare ancora questo dono del vivere la corresponsabilità missionaria che Gesù fiduciosamente ci affida come "volto" della nostra fede quotidiana che, liberandoci dalla prigione del "privato", c'immerge nella "famiglia" di Dio Padre . Ora "sentire" il profumo di questa Missione che per Gesù vive nella nostra quotidiana partecipazione alla sua volontà d'amore è possibile a tutti.
Papa Francesco ci ha messo in guardia dal rischio che, "di fronte alle avversità, potremmo rimanere - parcheggiati- o pigri, senza la voglia di andare avanti… E purtroppo, diceva, ce ne sono di cristiani parcheggiati….i cristiani che non lottano per fare le cose che cambiano, le cose nuove, le cose che ci farebbero bene a tutti… e quando dico cristiani parcheggiati dico laici, preti, vescovi...". Ora la nota espressione: "vive nel suo mondo" come ben sap-piamo è ampiamente usata quando incontriamo delle persone che si limitano a dare ascolto a se stesse. Una parabola che Gesù ha raccontato ai suoi discepoli, (conosciuta come la parabola del figlio prodigo o molto meglio annunciata come quella del Padre misericordioso), mette bene in evidenza questa "malattia del se stesso per se stesso". Ogni persona, nella sua vita familiare, che è la culla dell'imparare a vivere in relazione, è aiutata a crescere facendosi prossimo fino ad "uscire" di casa per "fare famiglia" dando cosi "volto nuovo" alla stessa famiglia d'origine che allarga volutamente i suoi orizzonti. Questo: "fare famiglia" in Gesù, come dicevo, acquista orizzonti di vita fraterna grazie alla sua forza d'amore misericordioso tanto che è la nostra comune vocazione ricevuta nel sacramento del Battesimo. Ora stiamo per iniziare il "cammino della quaresima". Esso ci è dato proprio per questo: "allargare il nostro cuore" secondo la volontà di Dio Padre che tante volte invochiamo perché sia fatta in noi. Perché non chiedere (suggerisco umilmente) la grazia di saper fare famiglia secondo la sua Parola. La tentazione di vivere solo nel "nostro mondo" sarà certamente sconfitta "ritornando a casa", come il figliol prodigo che rientrò in se stesso, lasciandoci guidare dalla conversione alla volontà di Gesù che ci propone: "...avevo fame e mi hai dato da mangiare, avevo sete e mi hai dato da bere, ero profugo e mi hai accolto…." (Mt 25 35ss)


... diventerete un solo gregge ... un solo Pastore (febbraio 2016)

Con il dono del Battesimo a 12 nostre sorelline e fratellini: Alessandro, Aurora, Bianca, Emily, Emma Gianna, Enea, Ettore, Mattia, Natalie, Sebastian, Thomas, Virginia,
che nella piena disponibilità dei loro genitori abbiamo vissuto nella nostra Unità pastorale, ci siamo ancora una volta resi concretamente conto che il Signore continua ad offrirci il suo amore per "offrirlo".
Nella frase evangelica, che fa da titolo a questa piccola riflessione, è bellissimo comprendere che la volontà del Signore Gesù è tutta protesa a "farci" persone di comunione: "diventare un solo gregge". Questa particolare immagine del gregge, con lo sfondo del Duomo di Milano e il riquadro della messe abbondante, ci aiuta anche visivamente a comprendere che la sua volontà d'amore è per tutti dentro una storia di vita concreta, personale.
Inoltre nella parola evangelica di Giovanni "il gregge" è particolarmente caro al "pastore" tanto che Gesù viene chiamato: "il buon pastore che dà la sua vita per le pecore"( cfr. Gv. ). Ma quello che entusiasma e nello stesso tempo ci fa cogliere la dinamica missionaria della nostra fede (essere discepoli e pastori) è che lo stesso Gesù non ci vuole solo pecore, ma con Lui anche pastori. Proviamo infatti a com-prendere le parole di Gesù: "diventerete un solo gregge, un solo pastore" collegandole con le sue parole della missione consegnata ai discepoli di tutti i tempi: "andate in tutto il mondo e fate discepoli tutte le nazioni". Già nel precedente notiziario avevamo compreso l'orizzonte di Gesù nel quale anche ogni discepolo viene coinvolto: "la messe è molta…" Da queste scelte di Gesù emerge facilmente la consapevolezza che ogni battezzato è chiamato ad essere testimone della sua comunione con Dio solo se vive anche il "servizio della sua fede" per tutti.
Come dice papa Francesco, avere così "orizzonti aperti alla speranza. Anche di fronte alle avversità nessuno deve rimanere- parcheggiato- o pigro, senza la voglia di andare avanti… E purtroppo, ce ne sono di cristiani parcheggiati….i cristiani che non lottano per fare le cose che cambiano, le cose nuove, le cose che ci farebbero bene a tutti… e quando dico cristiani parcheggiati dico laici, preti, vescovi...". No! Il progetto di Gesù è invece proprio quello di vivere, nella tradizione della fede, la continua accoglienza che la stessa fede in Gesù ci domanda affinché si sia nella sua volontà: " un solo gregge, un solo pastore". Tutto questo in un mondo che cambia e che per questo ha bisogno sempre della luce della fede per l'oggi che vive nuove sfide di vita quotidiana. Per questo che, nella sua grazia, anche a ciascuno di noi, nella nostra Unità pastorale e nessuno escluso, è donato di viverne la corresponsabilità missionaria attraverso la nostra vita quotidiana. E' la vita quotidiana infatti che dà volto alla nostra fede liberandoci dalla prigione del "privato" nella quale il pensiero individualistico imperante vorrebbe confinarci. E' significativo allora fare sempre nostra la corresponsabilità educativa alla fede che l'immagine delle mani qui sopra esprime con sentimento e grazia; nel Signore con affetto don Hervé

 


Presentazione del Calendario annuale FAMIGLIA AL CENTRO - 2017

Grazie alla grande disponibilità del gruppo “buona Stampa”, vissuta da anni e ad ogni mese, è portato nelle nostre famiglie, via per via, il “notiziario parrocchiale”. Quest’anno questi preziosi volontari hanno accolto l’impegno di portare “di casa in casa” anche il nostro bel calendario parrocchiale che è stato dedicato alla famiglia per la sua straordinaria importanza nella vita quotidiana. Con la sua presenza, di casa in casa, il calendario ci potrà accompagnare durante tutto il 2017 offrendoci anche il “sogno” di continuare a “guardare” alla FAMIGLIA come il CENTRO della vita umana, sociale, politica. La sua fondamentale importanza l’ha ribadita Papa Francesco con la sua esortazione apostolica post-sinodale: “Amoris laetitia”. Così ad ogni mese dell’anno abbiamo pensato di affidarne una piccola parte per rendercela più familiare e in tal modo invogliarci a leggerla tutta. Riportiamo ad esempio il breve passo che compare nel mese di Gennaio, dove il Papa sottolinea come “La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari, fin dalla prima pagina, dove entra in scena la famiglia di Adamo ed Eva, con la sua ricchezza d’amore, il suo carico di violenza, ma anche con la forza della vita che continua, fino all’ultima pagina dove appaiono le nozze della Sposa e dell’Agnello.
In loro si realizza quel disegno primordiale che Cristo stesso evoca con intensità: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina?».

(da "Amoris laetitia" di Papa Francesco, 2016)

Tutto questo sapendo che: (da "Evangelii gaudium" di Papa Francesco, 2013) “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.
Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. “
Buon anno don Hervé


Annunciate una grande gioia (gennaio 2017)

Nel notiziario di dicembre "accoglievamo", nella fede in Gesù, la comune corresponsabilità di riconoscerci scelti e mandati ad "ogni persona" con il significativo esempio di Gesù che diceva ed ancor oggi dice: "la messe è molta".
Come dicevamo con quella immagine agricola Gesù aveva fatto comprendere ai "suoi" discepoli, di ogni tempo e luogo, che ogni persona appartiene alla "messe" che è già "matura" e per questo già "degna" di essere portata nel "granaio".
Ed eccoci all'avvenimento della Notte di Natale che con semplicità ribadisce che a tutti, proprio a tutti, è data la possibilità di annunciare e di vivere la corresponsabilità dell'Amore di Dio per ogni persona. Nel chiederlo prima di tutto a dei pastori che, per l'odiosa mentalità del loro tempo, erano considerati degli schiavi, cioè dei senza nome e senza casato tanto che non avevano dovuto "andare a farsi registrare" per il censimento voluto dai così detti grandi della terra, ci è dato di comprendere che tutti hanno il dono dell'annuncio e della testimonianza.
Così prende il via l'immensa "folla dei testimoni" del Vangelo. Così, prima ancora dei "discepoli accreditati", l'Amore di Dio, che è per tutti, dona la grazia ad essere fecondi annunciatori di Gesù a dei poveri schiavi del tempo. Proprio con chi non aveva nessun titolo per poterlo fare, secondo la mentalità del mondo di ieri e di oggi, Dio afferma che ogni persona ha la dignità di essere testimone della "buona novella: "..oggi è nato per voi il Salvatore che sarà di tutto il popolo… (poi) ..i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro" (Lc. 2,11...20)
I Pastori non si sono nascosti dietro la loro situazione di emarginazione sociale perché si erano resi conto della "novità assoluta" della salvezza annunciata. Non potevano più obbedire agli uomini, ma a Dio. Ed ecco che la gioia del Natale prende la "strada" per raggiungere ogni persona contro ogni divisione o superbia della vita sempre pronte ad avvelenare i rapporti umani. Così anche a noi è data la "grazia" di continuare ad essere annunciatori del Vangelo di Gesù.
Anche nelle nostre due parrocchie di Porto e di Domo si sono compiuti più volte i "tempi del parto" e abbiamo avuto la gioia di annunciare e vivere, come genitori nella fede di Gesù il Salvatore, il battesimo di 12 nostre sorelline e fratellini: Alessandro, Aurora, Bianca, Emily, Emma Gianna, Enea, Ettore, Mattia, Natalie, Sebastian, Thomas, Virginia.
Il Natale, da poco celebrato, ci sostenga così, giorno dopo giorno, per testimoniare, come i Pastori, la gioia di portare il lieto annuncio che in ogni battesimo è reso visibile nella vita di ogni "piccolo": oggi è nato per noi il Salvatore.
Buon anno don Hervé


"la messe è molta"(dicembre 2016)

Nell'immagine che accompagna il nostro "cammino pastorale" di quest'anno (le mani della tenerezza) è possibile intuire l'accoglienza di Dio per ogni persona che Gesù ci aiuta a comprendere con la sua bellissima affermazione: "la messe è molta"
Con questa immagine agricola Gesù illumina di gioia e di responsabilità il nostro cuore perché indica a tutti i suoi discepoli, di ogni tempo e luogo, che ogni persona appartiene alla "messe" che è già "matura" e per questo già "degna" di essere portata nel "granaio".
Il bel paragone con la messe sicuramente ci aiuta a comprendere, anche visivamente, come Gesù ama ogni persona senza discriminanti classifiche. Anzi, quando i farisei avevano fatto presente ai suoi discepoli che non era buona cosa, anzi disdicevole, "mangiare con i peccatori", Gesù stesso aveva affermato la sua piena disponibilità "a farsi prossimo" dicendo: "non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati" e in questo "cammino" da sempre ha coinvolto i suoi discepoli.
Io penso che nelle nostre case, e in ogni vera casa del mondo, questa scelta di Gesù del farsi prossimo è da sempre desiderata e vissuta con particolare attenzione e premura. Per esempio nella malattia di un figlio, di una persona cara, nessuno pensa di lavarsene le mani, anzi! In quella situazione di prova si comprende che è necessario vivere un "fervore" di accoglienza molto più intenso perché non è il calcolo che ti guida, ma la misericordia che è la nostra vera "forma" di vita umana, come già ricordavo nel notiziario di novembre.
Non possiamo pensare che l'essere misericordiosi sia una capacità "riservata" ai più bravi. No! Questo modo di pensare è una falsità e oso dire un peccato per chi vuole seguire Gesù come discepolo. La misericordia è invece il dono costitutivo che ogni persona ha ricevuto da Dio per renderla: persona. Gesù l'ha affermato con forza chiedendo ai suoi discepoli: "amatevi come io vi ho amato" perché siete figli di Dio Padre.
Il comandamento dell'amore infatti non è una coercizione e quindi un peso da subire, ma la "caratteristica" ineliminabile di ogni persona.
E' vero, purtroppo, che possiamo "disprezzare" noi stessi con scelte che sfigurano la nostra "bellezza" di essere figli di Dio". Ma tutti sappiamo che la Bibbia, nel suo primo libro la Genesi, c'insegna che ogni persona riceve "lo Spirito di vita" di Dio, creatore e Padre, che ci fa suoi figli. In Lui e soltanto in Lui ogni persona è "pensata". Piuttosto sono le "nostre" scelte egoistiche che, dando valore solo a una "parte di noi", c'impediscono di essere pienamente persone. Dobbiamo aiutarci perché l'egoismo personale o di gruppo è sempre "accovacciato alla nostra porta" e tenta sempre di sfigurare la nostra realtà di figli di Dio, Padre di tutti.
Mi piace quindi ricordare come è d'aiuto l'importante "abitudine" di fare il presepe nella nostre case. Esso ci permette di rendere visibile la "tenerezza di Dio" per ogni persona .
Di questa tenerezza sappiamo di essere anche noi "pienamente impastati" e quindi resi capaci di vivere, se l'accogliamo, la "tenerezza di Dio" che ci ha "fatto a sua immagine e somiglianza". A tutti, con la fraternità che il Vangelo ci fa vivere buon Natale care sorelle e fratelli in Cristo Gesù, don Hervé


La fiducia di Dio in noi: andate! (novembre 2016)

La ripresa del "cammino" pastorale che ogni Comunità desidera vivere, e in essa ogni battezzato, ci dona la ricchezza del tempo dell'Avvento.
Al termine dell'anno della Misericordia, nel quale la grazia di Dio, (che attraverso l'iniziativa del Papa ci ha donato la possibilità d'immergerci in una rinnovata scelta di vivere e di testimoniare il Suo Amore), ora siamo chiamati a manifestarlo, come dice Gesù già dall'inizio della vita della Chiesa nell': " Andate in tutto il mondo.". Come i primi fedeli della "nuova Comunità", voluta totalmente da Gesù, possiamo sorprenderci di questa sua volontà cosi ricca e fiduciosa. Infatti se è quasi incomprensibile la fiducia che Gesù offre ai "suoi" in quei primi passi della vita della Chiesa , quanto più noi ci possiamo sentire incapaci di questa fiducia nella nostra quotidianità.
Ricordando come Gesù aveva ri-incontrato i "suoi" discepoli chiusi nel Cenacolo pieni di paura e di tradimento e li aveva riabbracciati mostrando loro il suo amore totale: "guardate le mie mani e i miei piedi.. Sono proprio io.." sicuramente siamo affascinati dalla sua fiducia. Infatti quella sua terribile e vergognosa condanna aveva provocato i discepoli al tradimento perché Dio, ai loro occhi, al loro cuore e alla loro intelligenza, non poteva e non doveva morire così, anzi! Secondo loro Lui avrebbe dovuto "restaurare il Regno di Dio con potenza e gloria grande…" ed invece era stato ucciso con infamia, come uno schiavo, sul patibolo della croce. E così si "ritirano" in un luogo "a parte" nel Cenacolo in attesa che passino i "tempi neri".
Ma a questi discepoli, così incapaci di vivere la sua parola, il Signore apre il cuore mostrando prima di tutto la potenza del suo amore: "guardate le mie mani e i miei piedi… sono proprio io" che vi ho amati fino in fondo.
Poi con la ricchezza infinita di questo amore crocifisso li abbraccia di nuovo e rinnova in loro la responsabilità della missione per tutti senza una parola di rimprovero o un "corso di recupero". Mistero della Grazia di Dio tanto sovrabbondante da liberare dal rimorso del tradimento per rilanciare nel cammino della conversione che si fa testimonianza.
Anche oggi Gesù continua ad incontrarci così e vuole rinnovare in ciascuno di noi e nelle nostre Comunità, a volte ripiegate su se stesse, il dono della missione. Egli lo pone nelle nostre mani e ci sostiene. Le nostre fragilità, le nostre insufficienze, come lo furono per i primi discepoli, non sono un motivo per il nostro "licenziamento missionario in tronco", ma sostenute dalla sua grazia, che c'impedisce di restarvi prigionieri, ci aprono a porre la nostra fiducia in Lui. In esse si rivela anzi la "passione di Dio" per ciascuno come aveva già detto loro: "Io sono venuto per i peccatori e non per i giusti, perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Comprendiamo perché ogni mamma e ogni papà sono "sacramento dell'amore di Dio per i loro figli". Nella sua fragilità ogni figlio sa infatti di poter trovare nei suoi cari il costante nutrimento per poter essere sempre più capace di realizzare la propria vita. Come Gesù essi, difronte alle cadute rinnovano, nella "forza" del loro amore chiedendogli di "crescere" o se volete con la parola biblica di Gesù: "Andate…!" Nella missione che Gesù ancora oggi ci affida con: "l'andate…" scopriamo che il mondo invece ha capovolto la relazione umana giudicando ed emarginando chi sbaglia. Colui che ama invece, senza paternalismi, vuole guarire e fa ripartire. Buon Avvento, con profonda stima, vostro don Hervé


La famiglia "genera" il mondo (ottobre 2016)

Eccoci nel mese d'ottobre, che da anni è considerato come il "tempo" del rinnovamento della nostra corresponsabilità nella nostra vita quotidiana. Per questo la comunità cristiana da anni lo ha un po' ribattezzato chiamandolo appunto mese missionario.
Nel mese precedente mi ero soffermato a considerare come per molti settembre potesse rappresentare un po' il "tempo" del rientro nella vita pastorale parrocchiale dopo il "riposo estivo". Ora con ottobre, dopo aver rimesso a "fuoco" nella mente e nel cuore il progetto d'amore del Padre orientati, nella celebrazione della santa messa del 25 settembre dal Magnificat della nostra mamma Maria, possiamo dire d'essere più preparati ad assumerne le responsabilità che Dio affida a ciascuno di noi perché il Mondo creda e rimmergerci nella missione della testimonianza pastorale. Utilizzando l'esempio della vita scolastica dei nostri ragazzi anche noi adulti non possiamo pensare d'essere sempre "ripetenti" nella pastorale, ma "in cammino" come è la realtà positiva di ogni studente che fa il suo dovere. Certamente il "passato" scolastico non deve essere dimenticato, ma rimanere il trampolino di lancio per il nuovo anno scolastico, così, potrei dire, deve essere per ogni Comunità cristiana che, appunto, non è chiamata a "ripetere", ma a crescere sempre più verso una maturità di fede che sappia farsi carico del tempo presente che non è più la ripetizione del passato. Sebbene lo studente continui ad essere la stessa persona la sua maturità umana, attraverso la formazione, è chiamata ad aprirsi a nuovi "orizzonti", a formarsi sempre più per rispondere alla ricchezza della sua persona. Così una Comunità ha la necessità di rigenerare i progetti di vita pastorale per collaborare veramente con Gesù alla pienezza della nostra vita quotidiana. Penso in particolare alla centralità della vita familiare che il Vangelo, in ogni epoca, ha posto al cuore della vita umana, ma che in ogni tempo ha dovuto "lottare" per essere amata e rispettata. Mi piace citare questa bellissima frase del Papa che dice: "Dio ha affidato alla famiglia non la cura di un'intimità fine a sé stessa, bensì l'emozionante progetto di rendere "domestico il mondo". Anche noi, come dice anche il nostro Arcivescovo nella sua lettera pastorale: "educarsi al pensiero di Cristo", abbiamo il dono di valorizzare oggi la "centralità" della famiglia nella vita non solo cristiana, ma del mondo stesso.
Nel nostro oggi, che non è più quello di "ieri", sappiamo che la vita delle famiglie si trova immersa in tante proposte che la spingono o la orientano a "crescere" in un sempre più diffuso individualismo che cerca di "rubarle" le sue naturali ricchezze di cooperazione e di corresponsabilità familiari.
Questa grosso rischio di "deriva" della centralità della famiglia, nel suo stupendo cammino di responsabilità educativa, deve trovare la comunità cristiana sempre più pronta a sostenere la sua inalienabile centralità perché possa esprimere la sua insopprimibile caratteristica di primario soggetto educativo della società.
Care ed importanti famiglie desideriamo per questo diventare sempre più una Comunità che sappia, con la vostra corresponsabilità nel cammino di fede dei vostri figli, valorizzare al meglio la vostra bellezza di vita che, anche nelle fatiche quotidiane, sapete donare.
Con profonda stima , vostro don Hervé


La Pace e la Comunione (settembre 2016)

Con il mese di settembre in genere si dice che rientriamo nella vita intensa della missione pastorale con corpo e spirito rinnovati dopo il "tempo di riposo" che normalmente, nella tradizione italiana, coincide più o meno con il mese di agosto. Le nostre due parrocchie hanno però avuto il vantaggio di potersi regalare, dentro questo tempo di riposo d'agosto, un'esperienza "spirituale" fortissima grazie alle tante occasioni di feste della fede che ci hanno offerto. In particolare le feste patronali ci hanno riunito ancora di più perché abbiamo cercato di "aprirle" all'accoglienza, come in ogni eucaristia Gesù ci sprona con tutto sé stesso testimoniandoci che Lui è per noi e per tutti sempre.
La tradizione patronale di ogni parrocchia nasce infatti nel desiderio di lasciarci "condurre" dal patrono all'incontro con Gesù per vivere sempre meglio il diventare suoi discepoli. Così in questi primi giorni di settembre saliremo ancora a S. Michele per completare questa "festiva immersione" nella volontà di Dio che con l'aiuto dei santi vogliamo sempre più imprimere nel nostro vivere quotidiano.
Le sfide che ci attendono sono tante, ma è certamente più abbondante la Grazia della misericordia che abbiamo a disposizione perché Dio ci vuol bene e, se lo accogliamo, non ci lascerà mai cadere nel peccato della divisione, dell'egoismo. Nessuna prova, dice san Paolo, potrà mai separarci dall'amore di Cristo.
Per questo ho scelto come titolo della nostra riflessione, alla "ripresa" del cammino pastorale, l'invocazione che in ogni santa messa facciamo poco prima della santa comunione: "La pace e la Comunione del Signore nostro Gesù Cristo siano con tutti voi". Pace e comunione che Gesù ci dona e che ciascuno di noi può quindi accogliere mettendosi a disposizione della sua volontà che continuiamo a chiedere di vivere nella bellissima e comune preghiera del Padre nostro.
Certamente ci fa bene ricordare che non ci è dato di vivere una qualsiasi pace e una qualsiasi comunione, ma proprio quelle di Gesù sapendo che Lui, con tutto sé stesso ci coinvolge, come suoi discepoli, per farci sempre più prossimo nella nostra quotidianità con la sua pace, con la sua comunione. Queste, prima di tutto le dona a noi stessi per vivere la ricchezza di una vita di pace e di comunione per il bene nostro e del "mondo". Sappiamo per esperienza che è sempre impegnativo farci prossimo, ma il Signore è con noi sempre e ci continua ad offrire le occasioni per vivere la sua "carità" anche se tanti sono coloro che la combattono per interessi egoistici. Per questo ci sono tante divisioni e ancor peggio peccati terribili contro la dignità del prossimo. Ma coloro che seguono Gesù sanno che la nostra umanità di donne e di uomini è il luogo dove possiamo vivere la misericordia evangelica con tutto noi stessi liberandoci dal peccato di ridurci a progetti istintivi e degradanti umiliando la nostra vera umanità che ci è donata per vivere da figli di Dio. Buon cammino nella ricchezza della nostra umanità che Gesù ci ha donato per vivere con "i piedi per terra" come discepoli del suo amore misericordioso, vostro don Hervé


Vivere le nostre feste (agosto 2016)

La Bibbia, Parola di Dio , ha sempre dato tanto rilievo alla celebrazione delle "feste" liturgiche, cioè a quelle ricorrenze che scandiscono in modo solenne il "cammino di alleanza di Dio con il suo Popolo". Gesù stesso, il Cristo, valorizza una Festa del suo Popolo d'Israele, la Pasqua, per dare pienezza alla sua volontà salvifica per tutti gli uomini. Questa scelta i discepoli l'hanno pienamente compresa e, in essa, ogni festa particolare diviene una testimonianza del desiderio d'incarnare sempre più, nella propria quotidianità, la Pasqua del Signore.
Per la nostra Unità pastorale il mese d'agosto è per questo ricco di tante "feste eucaristiche" che nel corso dei secoli o più recentemente hanno lo scopo di rilanciarci nella gioia e nella responsabilità di essere nel mondo discepoli del Signore. Questa consapevolezza è ancora molto viva nelle nostre due parrocchie in particolare nel mese di agosto, tanto che quasi ogni domenica di questo mese ci offre l'opportunità di lodare il Signore nel nostro territorio.
Così dopo la festa patronale della parrocchia di Domo e quella della frazione di Saltirana eccoci in cammino per vivere la festa patronale della parrocchia sorella S. Maria Assunta di Porto con il suo compatrono san Rocco.
Attorno a questa solennità della fede non possiamo ovviamente mancare la gioia di vivere i "compleanni spirituali" anche delle frazioni che da sempre danno luce al cammino di fede delle due parrocchie di Domo e di Porto. Come tutti sappiamo sono le feste di Ligurno, di Sarigo e di San Michele (a settembre).
In questo abbraccio "spirituale" che le feste ci offrono abbiamo la ricchezza di vivere in modo intenso, la bellezza della nostra fede che si è fatta "storia" anche nelle singole frazioni dando ancor di più slancio alla comunione e alla testimonianza che la fede in Gesù ci dona di vivere. Penso in particolare alle processioni che per le nostre vie pregano per tutti perché tutti sono nel "cuore del Padre". Gesù ci ha insegnato che è il suo amore a vincere e che ogni violenza è destinata al fallimento e alla sua morte. Allora, i vari comitati ecclesiali o associazioni libere che vigilano e danno continuità alle bellissime tradizione di fede cattolica, si sentano particolarmente benedetti nel portare avanti anche la fatica del preparare ogni festa. In essi sia forte la consapevolezza che è necessario vivere l'impegno responsabile di tramandarle e di rinnovarle proprio per dare sempre la testimonianza che non è solo folklore, ma molto di più: è vita di popolo che vive la sua fede incarnata. Come direbbe penso papa Francesco è un modo ricco e semplice "d'uscire" per accogliere con gioia gli altri che vivono con noi. Grazie a questo cammino non saremo mai tentati da gelosie, ma sempre più collaboranti per manifestare al mondo: da parte del credente la nostra comunione e missione nel Signore Gesù morto e risorto per tutti e nel contempo il valore della dignità di ogni persona contro ogni strisciante o terribile violenza che mercifica i rapporti umani. Drammaticamente queste scelte sono vissute da chi non vive più la realtà umana, ma la terribile realtà di ogni ideologia. Nell'impegno per il bene di tutti con affetto un buon lavoro a tutti per tanta gioia per tutti , vostro don Hervé


la persona che crede si fa Prossimo (luglio 2016)


Da pochi giorni la nostra Unità pastorale ha vissuto il dono del sacramento della Cresima per i suoi 16 "figli". Certamente molti si sono commossi nel costatare che la loro vita di fede "produce frutti", altri sono rimasti "indifferenti" e altri ancora "estranei" perché consapevoli o non più consapevoli della loro stupenda responsabilità di testimoni. Chi leggerà questi pensieri sa benissimo che questa situazione fa parte del vissuto quotidiano di tante Comunità di fede e magari si lascia anche andare alla facile soluzione che tutto questo dipende dai nostri tempi. In parte, penso, ci sia questa motivazione, ma francamente è troppo semplicistica e non tiene conto, nello stesso tempo, dell'impegno responsabile di molti fratelli e sorelle nella fede e prima di tutto dei genitori che hanno favorito questo cammino. L'impegno e la costanza dei catechisti ha in più reso possibile questo grandioso avvenimento della Cresima. Nello stesso tempo non possiamo tacere la volontà di fede degli stessi cresimati. Ciascuno, accompagnato dal padrino o dalla madrina, ha preso il suo impegno di fede proclamandolo davanti al Vescovo, mons. Franco Agnesi, e alla sua Comunità.
E tutto questo per dire al Signore Gesù nella sua Chiesa: "Eccomi, puoi contare su di me".
E' importante allora anche ricordare e tenere nel cuore i cammini di vita fraterna che la nostra Unità pastorale si prepara a vivere in questi due prossimi mesi con le belle e importanti ricorrenze delle feste patronali. Inizieremo come di consuetudine con quella della parrocchia di Domo. Ci aiuteremo gli uni gli altri per vivere il dono della corresponsabilità che da sempre il Signore Gesù ha domandato ai suoi discepoli .
Cosi secolo dopo secolo le Comunità cristiane scrivono nella storia quotidiana pagine bellissime di vita fraterna e missionaria chiedendo ora a noi di prendere "in mano" il testimone della fede. In questo rinnovarsi della fede comprendiamo anche la nostra attuale responsabilità che, pur nelle difficoltà, diventa testimonianza di fede viva e non solo di abitudini con tutte le loro tradizioni. Nel "si" quotidiano a Gesù diventiamo creativi di vita nuova perché il "mondo" possa sempre più camminare nella Pace.
Approfitto anche di questo spazio per augurare a tutti un buon tempo di serenità e per chi può anche di vacanza, vostro don Hervé


con la Gioia dello Spirito Santo (giugno 2016)

Da tanti anni il mese di giugno è per la nostra Diocesi un tempo propizio perché avvengono le ordinazioni sacerdotali. Quest'anno saranno ordinati sacerdoti 26 giovani che chiedono di vivere il loro ministero tra la gente e con la gente "con la Gioia dello Spirito Santo" incardinandosi alla Diocesi di Milano. In loro c'è la gioia della consapevolezza che il Signore continua a "credere" nella loro esistenza missionaria per il mondo. Il sacerdote è infatti uno "strumento" della misericordia del Padre affinché ogni Comunità, piccola o grande, possa "crescere nell'accoglienza della Parola e edificarsi sempre più come una Comunità in uscita" per l'umile servizio della testimonianza nella vita quotidiana del Mondo. Mi piace ricordare per questo il motto che con i miei compagni di ordinazione avevamo scelto: "per annunciare al mondo il tuo Amore" (era il mese di giugno dell'anno 1978). Uno slogan che esprimeva e che esprime tutto un progetto di vita per vivere come sacerdoti che amano tutti e a tutti sentono il dono di essere mandati. Oggi si potrebbe dire sacerdoti in uscita.
Con il pellegrinaggio alla - Porta Santa - (Gesù: il Cristo), al Santuario del Sacro Monte di Varese, penso volentieri che ciascun pellegrino, aiutato anche dalla preparazione vissuta come Comunità, abbia voluto esprimere, con tutto sé stesso, la scelta di riaffidarsi a Gesù: la Porta, e con Lui riprendere quel cammino missionario che, da sempre e fin dall'inizio, ha affidato ai suoi discepoli di ogni epoca e di ogni razza. Il Crocifisso Risorto, il buon Pastore, ci fa entrare nella sua vita per accompagnarci quotidianamente nei suoi pascoli che sono ogni realtà umana.
E dunque possiamo intuire, che ogni persona è, per volontà di Dio Padre, necessario alla mia vita di credente. La missione allora non come "possesso", ma come possibilità di crescita umana-spirituale per servire i figli di Dio non ancora consapevoli della loro dignità filiale con la Gioia dello Spirito Santo. Per questo ogni Comunità, fin dalle sue origini, ha come irrinunciabile caratteristica la forma dell'andare in tutto il mondo (cfr. Lc 24) per il bene di ogni persona. Ma questo "andare" non può e non deve essere prepotente, ma misericordioso come Gesù ci ha testimoniato e ogni giorno sostiene nella vita di chiunque si affida a Lui permettendoci di "modellare", con la sua Grazia: il nostro carattere, la nostra istintività, …. la nostra vita dandoci la "forma" della Sua Misericordia. Per questo e volentieri offro, alla lettura di tutti, questa riflessione del Priore di Bose che mette in evidenza il necessario stile di vita del Sacerdote o del Vescovo o del Papa, unitamente ad ogni Credente affinché ciascuno di noi non stia dalla sua parte, ma si adoperi per vivere il dialogo della corresponsabilità pastorale. Un dialogo già cominciato da ormai 18 anni, con la ricchezza dell'Unità pastorale, che permette a due Parrocchie di vivere il servizio della missione.

don Hervé


Testimoni perché Pellegrini, e Pellegrini perché Testimoni (maggio 2016)

L'avventura del "pellegrinaggio del credente", come sappiamo, ha avuto inizio subito dopo la Risurrezione di Gesù quando, apparendo ai suoi discepoli, finalmente convertiti e riconciliati con Lui, propose loro di lasciarsi coinvolgere definitivamente nel suo progetto d'amore: "avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra " (Atti 1,8). L'accoglienza della volontà di Gesù, che ho appena citato secondo gli Atti degli Apostoli, ha introdotto così ogni discepolo, di ogni tempo e latitudine, in un vero e proprio "cammino senza più frontiere" come pellegrino cioè testimone del "progetto di Gesù". Così, i discepoli dalla loro "primitiva terra" iniziano a farsi prossimo, per la forza dello Spirito Santo, a tutti fino agli estremi confini della terra. La testimonianza dei Santi, a cui noi ci affidiamo, è continua memoria di questa accoglienza dell'essere testimoni nel nome di Gesù.
Come discepolo comprendo allora che la mia fede in Gesù mi coinvolge in un cammino di disponibilità verso tutti perché non devo difendere più il mio Dio, ma come il mio Signore offrire la mia vita "abitata dal suo Amore misericordioso".
Ora se l'inizio di ogni vero pellegrinaggio ha la sua costante radice nella comunione con la volontà di Gesù per testimoniare che: " Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito." (Ef 2,19-22), è importante che il cuore del testimone non si appesantisca durante il suo "pellegrinare. Ecco perché colui che accoglie il dono di essere testimone nel nome di Gesù e quindi pellegrino sa che per rimanere tale deve quotidianamente mantenere viva la comunione con Gesù. Così lo stesso dono che ha ricevuto "dell'andare nel suo nome" diventa per lui stesso esame di coscienza per verificare se sta veramente "andando" nel nome di Gesù o se porta soltanto se stesso.
E' fondamentalmente questo che vogliamo vivere con il nostro pellegrinaggio di Comunità al Sacro Monte di Varese. Vogliamo aiutarci a verificare e sostenere il dono di essere testimoni di Gesù "fino agli estremi confini della terra". Don Hervé


Lo riconobbero allo spezzare del pane (aprile 2016)
A tantissimi di noi è familiare questa pagina di vita del vangelo di san Luca. E' la testimonianza di due discepoli (chiamati successivamente i due discepoli di Emmaus) che avevano vissuto con Gesù, percorrendo con Lui le strade della "Terra promessa" con la gioia nel cuore per la presenza del Messia. Il popolo d'Israele lo stava aspettando come il suo definitivo "liberatore", come colui che avrebbe dato pienezza al "valore" del loro popolo in mezzo alle "genti." Miracoli e conversioni, pur di fronte alle diffidenze e chiusure, anche dure del Sinedrio, avevano accompagnato il camminare di Gesù in mezzo al suo popolo. Gioia e invidia erano il pane quotidiano servito ai discepoli che comunque avevano già scelto di andare fino in fondo nella sequela di questo Nazareno , costasse anche la vita. Per il potere si può o si deve morire; è il prezzo del potere di ogni tempo e di ogni luogo. Ma non andò così, quel Maestro tanto osannato e difeso dai "suoi" era stato messo a morte dopo terribili ore di umiliazione e di torture per cui l'unica scelta che rimaneva loro era quella di rinnegarlo perché non li aveva portati al successo. Così anche questi due discepoli se ne stavano ritornando a casa loro scoraggiati e profondamente delusi per la drammatica fine del loro Leader e Maestro tanto che ad un viandante, fattosi compagno di cammino, confidavano: "noi speravamo che Gesù di Nazareth, che fu profeta potente in opere e in parole dinanzi a Dio e a tutto il popolo, avrebbe liberato Israele, perché Lui era il Messia atteso… invece era stato condannato a morte dai gran Sacerdoti e dalle nostre Autorità che lo avevano crocifisso ". Inaspettata la reazione del loro sconosciuto compagno di viaggio in risposta alla loro delusione e al loro scoraggiamento. Francamente li aveva imbarazzati e anche un po' offesi perché li aveva chiamati "stolti e tardi di cuore a credere tutto ciò che avevano detto i Profeti", ma per buon "costume", per quello spirito di fraternità popolare che apparteneva al loro popolo, lo avevano invitato a fermarsi a casa loro per quella notte e, con cuore ricco di disponibilità, gli avevano detto: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno declina". Fu così che ebbero la possibilità, grazie all'accoglienza della loro offerta, di ritornare ad essere veri discepoli di Gesù e di ributtarsi nella responsabilità della testimonianza, senza più paure. Si, il Maestro e Signore era lì con loro, era il Risorto come aveva detto.
La gioia della vita nuova, che già avevano assaporato con il Maestro, era riemersa totalmente e invase il loro cuore. Egli, allo spezzare del pane, aveva riaperto i loro occhi alla bellezza del perdono e della misericordia da donare a tutti come Gesù li aveva sempre vissuti e predicati. Questa volta però li avevano pienamente accolti rifiutando la "strada" del potere che sempre striscia accanto per imprigionare i cuori. Compresero che non si potevano più fermare nel loro orizzonte ora che finalmente avevano riaccolto l'orizzonte dell'Amore misericordioso. Bisognava viverlo e testimoniarlo senza perdere altro tempo. Così ebbe inizio la loro Pasqua definitiva che è giunta fino a noi, a te e a me, per donare anche a noi, se lo vogliamo, una vita quotidiana come Testimoni del Risorto.
A ciascuno di noi e a tutto il mondo Buona Pasqua nella gioia dell'Amore misericordioso per la "vita nuova" di ogni persona.
Don Hervé


Gesù domanda: "Amatevi come io vi ho amato" (marzo 2016)

Papa Francesco a Ciudad Juarez, Messico, ha celebrato la messa per i fedeli di-posti sui due lati del confine tra Messico e Stati Uniti, quindi anche nel territorio della texana El Paso. Il Papa ha sostato anche in prossimità della rete metallica che segna il confine in segno di solidarietà con i migranti latino-americani che cercano il loro futuro negli Stati Uniti. Arrivando in Papamobile, acclamato da circa 400 mila fedeli, alcune decine di migliaia oltre la rete che divide i due paesi, Francesco ha voluto avvicinarsi proprio al confine come gesto di pace e solidarietà. ..Quello dei migranti è "un cammino carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti ad estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del transito umano". Papa Francesco è venuto a denunciarlo a poche decine di metri dal confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in quella che può essere considerata la Lampedusa delle Americhe, guardando non solo alle migliaia di fedeli che affollavano l'area della fiera di Ciudad Juarez, ma anche a quelli assiepati oltre il confine, dalla parte della tristemente nota città texana di El Paso, accalcati alla rete per vederlo passare.
Riporto volentieri questo testo di cronaca giornalistica nei giorni del viaggio apostolico del Papa in Messico. Nella sua scelta umile e coraggiosa di farsi prossimo promuove la pace e la solidarietà per ogni luogo dove la divisione è purtroppo una scelta di vita.
don Hervé


Lavorare per le persone non per le idee (febbraio 2016)

E' una citazione che affascina appena la si legge e la si medita un po'. Il suo "contenuto" mi ha riportato alla mente al cuore le parole semplici, ma densissime di vita e di speranza di Gesù che dicono: "amatevi come io vi ho amato" e "vi fu detto: -amate e vostri amici e odiate i vostri nemici- invece io vi dico amate i vostri nemici.. e fate del bene a coloro che vi perseguitano ..". Gesù spinge immediatamente a comprendere che prima di compiere ogni scelta, anche la più bella, è necessario verificarla nel suo rapporto vivo con Lui e in Lui con la premura ad ogni persona e dunque con la loro dignità di persone. In tal modo nessuna scelta può prescindere dal suo servizio alle persone e per relazione alla persona. Il nostro mondo sa inoltre che questo "legame" al bene di ogni persona scaturisce dalla sua inalienabile dignità umana che, per chi è cristiano significa anche rigorosamente che ogni donna, ogni uomo, piccolo o grande, è figlio di Dio Padre e per questo mio fratello. Nel nostro "legame" alla paternità di Dio che ci ama e che amiamo nascono tutti quei "cammini di misericordia" di cui solo nella comunione con il Padre, ricco di misericordia, ci è dato di "percorrere" pienamente. Nella nostra vita di fede ci è dato di assaporare così e sempre di più l'avventura della "famiglia umana" a cui appartengo e di cui vivo la corresponsabilità della vita in tutte le sue sfaccettature dell'esistenza. Nel nostro essere discepoli di Gesù ci è dato così di poter vivere l'avventura quotidiana a questa "apertura" alla vita buona.
Il discepolo infatti sa che potrà adoperarsi sempre, con i suoi: "piedi, mani, cuore e intelligenza fondati sulla roccia" in questo cammino di servizio alla dignità di ogni persona. In ciascun discepolo ogni tentazione di "alienare" il prossimo in nome di sé stessi sarà vinta nella fiducia creativa che la "vita" è più grande di questo mondo perché la vita è eterna e ciascuno vive già da ora nell'eternità che la fede in Gesù mi ha già rivelato.
Ultimamente il Papa ci ha ricordato, con l'apertura delle Porte Sante, che:
"per il mondo ferito la Porta della Misericordia di Dio Padre è sempre aperta perché è Gesù Cristo la Porta di DIO"

don Erve


Un "bel Presepe" se Testimoni della sua PRESENZA (Gennaio 2016)

Dalle nostre "parti", in Valle o a Porto, vive ancora la bella tradizione natalizia di rallegrare la casa con la presenza di un bel Presepe.
Con estro e fantasia la tradizione ci ha insegnato a manifestare così l'Amore di Dio per ciascuno di noi con il suo voler essere "l'Emmanuele per tutti" (Dio con noi). Mamme, papà, nonni e nonne, parenti e amici piccoli e grandi si uniscono volentieri con le belle parole del cuore: "buon Natale" (Dio sia con noi).
Ma per giungere a vivere il Natale di Gesù come "l'Emmanuele per me e per tutti" dalle stesse pagine evangeliche ci è stata anche testimoniata la necessità di un "lungo cammino" di conversione.
Seguendo la testimonianza dei primi discepoli di Gesù loro stessi ci hanno raccontato che, pur stando e vivendo con Lui e con Lui in mezzo alla gente che Gesù voleva incontrare, erano rimasti "lontani" dalla sua volontà.
Certamente avevano messo a disposizione la loro vita, ma non ancora pienamente il loro cuore e la loro volontà per "fare la volontà misericordiosa" di Gesù perché ancora legati alla loro idea di Dio.
Sono tanti gli episodi di vita che i primi discepoli ci hanno trasmesso volontariamente sulla loro "mancata" conversione (ad es. le scelte di tradimento e di abbandono perché non ammettevano un Dio "perdente" secondo la gloria del mondo cfr. Mc 14,50; Lc 22,54 ss).
Con la loro schietta testimonianza, senza stendere "veli pietosi" sulle loro scelte sbagliate in nome del loro "punto di vista" ci hanno certamente aiutato a comprendere che prima di tutto ci voleva la conversione del cuore e della volontà all'amore misericordioso dell'"Emmanuele" (Dio con noi) per non rimanere "vittime" di una "conversione" fallita o presa in trappola della loro mentalità riguardo a Dio e a suo Figlio Gesù.
Solo con la morte e con la risurrezione di Gesù il loro "vivere" con Gesù diventa "l'avventura quotidiana della testimonianza dell'Emmanuele" lasciandosi sottomettere ad una continua conversione che, per questo, percorre i secoli coinvolgendo oggi anche noi.
San Francesco d'Assisi seppe tradurre l'avventura quotidiana della testimonianza con l'Emmanuele con la realizzazione del Presepe che ancora oggi, con tante forme realizziamo anche noi nelle nostre case o nelle nostre vie.
Inoltre quest'anno il Papa ci ha anche aiutato a celebrare con più consapevolezza il Santo Natale con l'apertura straordinaria delle porte sante dicendoci, con la sua vita, che Gesù è la "porta" per donare a tutti l'Amore di Dio e che la Chiesa, ogni battezzato, è coinvolta nel farsi portinaia affinché tutti possano "accogliere l'Emmanuele" il dono della misericordia di Dio.
E' quasi incredibile pensare che come discepoli del Signore Gesù abbiamo la possibilità di vivere il dono di diventare, giorno dopo giorno "portinai" della misericordia di Dio, non di una persona importante, ma di Dio.
Nel tremore delle nostre fragilità sappiamo però che è Lui a rilanciarci nel cammino dell'accoglienza della nostra responsabilità misericordiosa.
Se il "mondo" dei fratelli musulmani proclama ad alta voce ALLAHU AKBAR da ultimo nelle difficoltà e nel dolore. Tutto ciò libera ogni credente dalla tentazione, sempre presente nella Storia, di farsi "padrone" della Misericordia di Dio. Il credente sa per questo che non potrà mai decidere, secondo logiche aberranti, della volontà misericordiosa di Dio perché nel suo Figlio Gesù, VIA, VERITA' e VITA, domanda di amarci come Lui ci ha amato offrendo il Figlio suo per la nostra salvezza.
Così il dono più grande e gioioso che abbiamo ricevuto a Natale non è soltanto quello di sapere che Dio è il Grande (Allahu akbar) ma anche il Misericordioso e che Lui ha voluto coinvolgerci, per la sua volontà assoluta, come testimoni vivi della Sua Misericordia con la sua venuta in mezzo a noi come "l'Emmanuele, Dio con noi".
Per questo e solo per questo esiste la Chiesa.

Buon anno a tutti, don Erve


Il DONO e la PRATICA della CORRESPONSABILITA' (dicembre 2015)
Ritorno volentieri su questo cammino della corresponsabilità per la vita di ogni credente che in questo mese di dicembre verrà in particolare vissuta nella festa dell'accoglienza del Natale Nostro Signore Gesù Cristo.
Penso infatti che proprio con la nascita di Gesù nella Famiglia di Nazareth, con la sua Incarnazione ci è offerta una chiave di lettura della corresponsabilità del cre-dente nella quotidiana disponibilità al lasciarsi coinvolgere nel progetto di Dio Padre.
Con Maria e Giuseppe prende infatti "corpo", per ciascuno di noi credente, il cammino della corresponsabilità storica e reale.
A Maria e a Giuseppe fu chiesta, nel mistero dell'Incarnazione, la disponibilità concreta nella corresponsabilità con Dio a "portare" Gesù, il Signore, in mezzo a noi secondo il suo Progetto d'Amore.
E' importante, per ogni credente, tenere nel cuore e nella mente questo stile della Alleanza di Dio con Maria e Giuseppe perché in essa possiamo comprendere anche la nostra personale e comunitaria corresponsabilità nel vivere la nostra accoglienza al Progetto di Dio Padre.
A volte tutto questa bellissima corresponsabilità è sottovalutata tanto che negli stili di vita personali si è arrivati a immaginarsi veri credenti anche se non praticanti.
La Madonna e il suo amatissimo sposo Giuseppe ci continuano a testimoniare che nella misura in cui credi, accogli e quindi non puoi che essere anche praticante perché quel figlio che nasce ha un volto, una vita alla quale si dona accoglienza solo nel praticare giorno dopo giorno l'accoglienza fatta di testimonianza e di presenza attiva e partecipata..
In questo senso si capisce bene che si può essere credenti solo se praticanti affinché sia manifestato il valore dell'altro con la propria vicinanza d'amore a meno che uno non voglia gestire a suo uso e consumo l'accoglienza della vita dell'altro.
La corresponsabilità dell'accoglienza non può essere messa sotto scacco dalle visioni di vita individualistiche che cercano di proporsi come modello di vita tanto che anche recentemente il Papa Francesco le ha stigmatizzate come un grande pericolo per l'umanità nella sua enciclica sul Creato: "Laudato sì".
Per il credente io penso che il ridurre la sua corresponsabilità al mi sento, al per me va bene così, al non ho tempo, al ciascuno è libero di fare quello che vuole o che sente e ecc. ecc. equivale a non comprendere di essere una parte viva del Corpo di Cristo che per questo è chiamato ad essere protagonista della testimonianza dell'accoglienza come Maria e Giuseppe ci hanno testimoniato.
Celebrare il Natale diviene così la ri-accoglienza del mandato della corresponsabilità anche nelle più complicate realtà umane come la grotta di Betlemme dice nella sua rappresentazione che rinnoviamo di casa in casa. Ricordiamo come questa consapevolezza della corresponsabilità dell'accoglienza ci è stata tramandata, nel suo modello del presepe, dallo stesso San Francesco che desiderava abituare se stesso e tutti a contemplare come Dio si è fatto presente per tutti attraverso il si accogliente e praticante di Maria e di Giuseppe.
Nei secoli successivi anche tanti artisti hanno voluto ripetere questo "si" con le loro meravigliose opere, ma non solo loro perché anche nella cultura popolare del presepe questo "si" è entrato in ogni casa, nella tradizione popolare giungendo fino a noi con le bellissime serate davanti ai presepi dei vari rioni o frazioni delle nostre due parrocchie. Nella quotidianità della vita reale in effetti sono l'accoglienza e la corresponsabilità che danno sapore al rapporto con le persone che ami e che per questo si cerca, anche con tanto sacrificio, di realizzarle ogni giorno della vita.
Certamente, come i recentissimi drammi che una mentalità individualistica estrema e per se stessa orientata solo al proprio successo (da cui nasce, secondo me, anche il terrorismo che rende disumano colui che lo pensa e lo compie), ogni accoglienza e corresponsabilità non radicate sul bene e la dignità di ogni persona, vanno fortemente condannate attivando tutte quelle scelte sociali, culturali e politiche che permettono di renderle non più praticabili.
Più che mai ritengo che tutti, in particolare noi credenti, abbiamo il dono di sviluppare, sostenere e di difendere la pratica della corresponsabilità perché la dignità di ogni vita sia sempre affermata.
Buon Natale, don Erve


BENEDIZIONI NATALIZIE: di CASA in CASA (Novembre 2015)

Nella nostra tradizione di vita pastorale ambrosiana sta approssimandosi il tempo favorevole della bella esperienza delle benedizioni natalizie.
Qualche anno fa il Cardinale Martini, con un suo augurio natalizio, aveva ridato "luce" a questa gioia pastorale certamente impegnativa chiamandola felicemente di casa in casa.
Dopo il mio rientro in Diocesi, lasciando la mia semplicissima abitazione nella savana del Niger, devo confessare che sto aspettando con desiderio e trepidazione questo "uscire" pastorale che le benedizioni, in vista del Natale, mi offrono nella nostra Unità pastorale.
Poter incontrare, salutare e dire bene (bene-dire) ad ogni famiglia o persona nello spirito evangelico è per me una grande occasione di vita. In questo "uscire e andare di casa in casa" infatti mi è offerta la possibilità di "nutrire" la mia fede attraverso questi semplici incontri ricchi del sapore familiare che mi sarà donato d'incontrare un po' tutti nel nome della stupenda dignità di ogni famiglia e persona.

Il cammino delle benedizioni natalizie (dire-bene) è bello proprio e soprattutto per questo poter riconoscere, come singolo credente e come Comunità, il valore dell'altro, di qualsiasi altro che Gesù ama pienamente e totalmente fino al dono della sua vita.
Prepararsi al Natale per colui che crede nel Signore Gesù è infatti cercare di "percorrere nella nostra storia quotidiana" il cammino che Gesù ci ha comandato di accogliere e di vivere: "andate in tutto il mondo e bene-dite nel mio nome…". In questo "andare, uscire" la Comunità dei credenti può farsi prossimo secondo il Vangelo diventando in tal modo testimone dell'amore di Dio. E' davvero facile allora comprendere che l'andare o l'uscire del sacerdote è un andare o un uscire a nome di una Comunità di credenti che, seguendo Gesù, chiede umilmente di costruire sempre più e semplicemente rapporti di accoglienza e di corresponsabilità con tutti perché Dio ama tutti.
Di casa in casa permette così ad una Comunità, attraverso il cammino del suo prete, di testimoniare a tutti coloro che accoglieranno che la presenza di ciascuno è impor-tante e per questo si esce per andare a visitarlo cercando di non tralasciare nessuno.
Il credente sa che Gesù ama tutti ed è per tutti un cammino di misericordia dentro la storia della vita di ciascuno.
Gesù non ha disdegnato infatti di essere ricordato nella storia del mondo come colui che è crocifisso con crudeltà osannata in mezzo a due ladroni la cui storia era stata certamente anche violenta e scandalosa.
Ma le parole di Gesù crocifisso sono rivelatrici di un cuore che sa vedere oltre le "cadute" e prega chiedendo al Padre di essere misericordioso anche per coloro che nel vissuto ordinario della "gente" dovrebbero essere combattuti e puniti.
Ecco il dire bene o bene-dire, che si fa prossimo a ciascun abitante delle nostre Parrocchie, trova in Gesù la sua radice e la sua linfa che permette anche ai suoi discepoli di condividere con Lui il riconoscere la dignità di ogni persona, facendosi prossimo. Nell'orientarla alla pienezza dell'Amore, attraverso quotidiani cammini di conversione, possiamo educarci reciprocamente al perdono.

Con stima e fraternità evangelica don Ervé


Una COMUNITA' è sempre in cammino perché si lascia educare
al pensiero di Cristo (ottobre 2015)

Nel mese di maggio avevo condiviso con voi, dalle pagine del nostro bollettino parrocchiale, un momento bello vissuto nella preghiera durante l'adorazione del San-tissimo Sacramento con questo titolo: "Amare il Progetto di DIO con tutto il cuore con…".
Mi rendo sempre più conto che tante sorelle e fratelli nella fede, hanno testimonianze belle e profonde da donare per "nutrire" anche la nostra vita.
Mi sembra importante che anche noi facciamo quello sforzo fraterno per condivide-re, con semplicità e umiltà, le belle esperienze che lo Spirito ci dona. Sono infatti convinto che la testimonianza sia la strada maestra per esprimere, ringraziare, vivere il dono della fede in Gesù che abbiamo ricevuto .
Per questo Gesù, dopo la sua Risurrezione, cioè dopo aver mostrato il suo amore to-tale e infinito con il dono della sua vita crocifissa per tutti, invia "i suoi" e continua ad inviarli chiedendo loro di essere suoi testimoni fino ai confini della terra.
I "luoghi" della testimonianza sono quindi legati ad un lasciarci "fare ogni giorno suoi testimoni" dove lo Spirito "soffia", per accogliere e vivere realmente il dono di: "essere suoi testimoni".
In particolare, o meglio prima di tutto, nel nostro cuore dove l'individualismo dila-gante cerca di prendere casa con vie sempre più ammalianti e subdole. A volte esso ci circuisce con tentazioni del tipo non mi sento, non mi piace, a scapito del "bisogno di fraternità" che ci è domandato sempre più da chi è in difficoltà.
Penso infatti che, senza scomodare sempre le grandi necessità, che dolorosamente sono sempre più reali nella vita di tanti milioni di persone, sia vita missionaria an-che il vivere la preoccupazione di prendere parte attiva alle responsabilità della nostra Comunità, del nostro Paese per essere testimoni della Carità di Cristo che è in noi.
La nostra Diocesi nel mese di ottobre, dedicato da anni alla centralità della missione per la nostra vita ordinaria, ci coinvolge in questo cammino della responsabilità personale e comunitaria della missione o della testimonianza. Infatti per missione s'intende, oggi come sempre, quel lasciarci fare dalla Parola per essere mandati come testimoni lì dove abitiamo, dove lavoriamo, dove ci divertiamo con lo sguardo aperto e disponibile a tutti. Così ci hanno sempre educati, con la loro testimonianza di vita, i Santi, ma prima di tutti loro la nostra mamma Maria, che ha saputo accogliere e vivere la fedeltà alla Parola di Dio lasciandosi guidare dallo Spirito Santo.
L'educarsi al pensiero di Cristo, come l'Arcivescovo ci propone nella sua lettera pastorale, è perciò un comprendere che solo l'essere "dentro la vita come credente" con tutto il cuore …..e con tutto noi stessi... è vivere pienamente la nostra libertà perché non più soggiogati dal ciò che voglio, ma dall' "avvenga di me secondo la Tua Parola" che Maria disse e che, come mamma c'insegna, con la tenerezza del suo amore, a vivere.
Concludo ricordando che la preghiera del Padre Nostro ci ha sempre detto e inse-gnato questo stile di vita, fin da quando eravamo bambini, "sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra". Il "così in terra" ci richiama costantemente al luogo della nostra vita quotidiana e dunque al luogo della nostra missione secondo il Vangelo.
Un caro saluto a tutti don Erve


Amici degli Angeli e dei Santi (settembre 2015)

Nasce in me spontaneo il ringraziamento e la lode in questo tempo grazie alle tante occasioni di festa che la nostra Unità pastorale santa Maria As-sunta ha già vissuto quest'anno e che ancora vivrà nel contesto deil Comuni di Porto Valtravaglia e di Castelveccana. Dalla bellissima esperienza con i ragazzi e le ragazze della prima confessione all'ultimo appuntamento a Sarigo, vissuto grazie al martire san Genesio, noi tutti abbiamo avuto il dono di vedere all'opera "la misericordia" di Dio. Con le testimonianze dei suoi Santi e dei suoi Angeli ci ha mostrato e continuerà a mostrarci, tanti "cammini di conversione", come Lui solo sa offrire a ciascuno nella quotidianità della vita. Tutto questo per rincuorarci e coinvolgerci nella bellezza del suo annuncio e della sua missione a servizio di tutti e in particolare dei più poveri.
Penso infatti che la maggior parte delle feste popolari nascono dal desiderio di "rendere grazie" alla provvidenza di Dio Padre che non si misura solo nello star bene, ma soprattutto nel cammino di fede che pos-siamo esprimere. Il "camminare" per le vie dei nostri rioni nel nome di Gesù di Maria, dei Santi e degli Angeli o il restare nei luoghi sacri per l'inclemenza del tempo celebrando le lodi di Dio continuano ad essere quel seme della misericordia di Dio che con ritmi personali e comunitari, insieme ed nello stesso tempo ognuno, desideriamo offrire al nostro Paese alla nostra Cultura e in particolare alla nostra stessa fede incarnata nell'orizzonte del nostro vivere. Penso proprio che la tentazione di ogni individualismo, che si fa arrogante perché tende a separare gli uni dagli altri con l'idea di bastare a se stessi, .possa essere vinta anche con la valorizzazione delle tradizioni popolari che sono la memoria, continuamente rinnovata, di uno stare insieme per ringraziare e per gioire della vita comunitaria. Quando il "ringraziare" è un'offerta a tutti per motivi importanti e non solo di cassetta, forse è anche necessaria una programmazione più condivisa al fine di non correre il rischio della frammentazione in nome del desiderio dello "stare insieme per rendere grazie". vostro don Erve


segni di CAMMINI comunitari (agosto 2015)

E' da pochi giorni che abbiamo vissuto la festa patronale della nostra parrocchia di Domo coinvolta, ormai da anni, nella fraternità evangelica dell'Unità pastorale con la parrocchia di Porto. Certamente questa ricorrenza può anche sempre più esprimere l'accoglienza personale e comunitaria al progetto pastorale che da anni il Vescovo ha chiesto di vivere alle nostre due parrocchie.
Ovviamente tutti, e in particolare ai nostri giorni in cui il -morbo- dell'individualismo preme nella nostra quotidianità, sappiamo quanto sia bello e necessario essere testimoni della volontà di Gesù che, senza abolire le diversità, chiama alla comunione-missione, bello slogan scelto dalla Parrocchia per realizzare oggi un'adesione viva al Vangelo. Con questo intenso progetto di vita evangelica mi sono sentito calorosamente accolto, potrei dire, "ufficialmente" nella parrocchia di Domo proprio in occasione della sua festa patronale. In particolare ho molto amato il "segno" della processione dei Crocefissi che ogni frazione della Parrocchia ha voluto compiere partendo dai vari luoghi per riunirsi, al seguito di Gesù Crocifisso, davanti al Battistero di Domo. Da secoli, infatti, questo battistero, invidiato ovunque per la sua bellezza architettonica, ma molto di più per la sua testimonianza di "luogo" dove si manifesta l'accoglienza misericordiosa di Dio nel dono della vita cattolica, è presente per offrire a tutti coloro che lo desiderano di vero cuore di confermare, con la loro vita, questo stupendo dono di Dio.
Nella gioia di avere ri-accolto la paternità di Dio ci siamo rimessi in cammino per entrare nella Chiesa parrocchiale luogo, per eccellenza, della testimonianza che nel Signore siamo "un solo Corpo e un solo Spirito". Emozione e trepidazione hanno "invaso" il mio cuore di fratello nella fede chiamato, per grazia, ad assumere la responsabilità del servizio di parroco accogliendo il cammino che a nome del Vescovo mi avete chiesto: aiutarvi a "camminare" dietro a Gesù per servire tutti come Lui ci dona di compiere.
Così, insieme, nella consapevolezza della nostra fede battesimale, abbiamo portato il Crocefisso, segno totale dell'amore di Dio per ogni uomo, nella nostra chiesa. Lo abbiamo posto lì davanti sull'altare per sentirci e vederci sempre amati e nello stesso tempo "spinti, sostenuti" a seguir-Lo così da non temere d'essere suoi testimoni. Grazie cari fratelli nella fede per questa "immersione spirituale" che mi avete regalato. Grazie anche a tutti per l'impegno e la generosità nel preparare e vivere questa festa patronale. Nessuno, infatti, si deve mai sentire "ospite", ma comprendere sempre più ad essere quella parte viva che non può mancare in questo "cammino" di corresponsabilità che Gesù mette nelle mani e nel cuore di ciascuno perché Lui è la Via, la Verità e la Vita. Ora nel mese di agosto avremo l'opportunità non solo di vivere la festa patronale di Porto per accogliere sempre meglio la comune responsabilità evangelica che Gesù ha subito domandato ai suoi discepoli: "comunione-missione", ma anche tante esperienze di fede grazie alle varie feste ecclesiali nelle frazioni. Allora con tanta fraterna amicizia in "cammino" vostro don Erve


Chiamati a vivere da figli del Padre misericordioso (luglio 2015)

La nostra Unità pastorale S. Maria Assunta di Domo e di Porto da tempo aveva pensato di realizzare un pellegrinaggio a Torino per l'Ostensione della Sindone e nell'occasione anche alla Piccola casa della Provvidenza, fondata dal sacerdote Cottolengo. La ricorrenza dell'anniversario della nascita di don Bosco (200 anni fa) dava uno stimolo ulteriore al nostro "cammino di fede". Sapendo che non era possibile alla maggior parte dei parrocchiani potervi partecipare, per varie ragioni di vita quotidiana, questo nostro Pellegrinaggio lo abbiamo voluto accogliere anche come un "servizio nella fede" a favore delle tante sorelle e fratelli (in particolare i malati) che non avevano la possibilità di parteciparvi esprimendo in tal modo la volontà del Signore Gesù di amarci gli uni gli altri... A tutti noi pellegrini è stata data la grazia di aver potuto rivolgere lo "sguardo" alla misericordia di Dio che nella Sindone ci ricorda il grande dono di tutta la vita di Gesù non solo per voi, ma per ogni persona, per tutti. Nella Sindone infatti ci è proposto di contemplare la passione che Gesù ha vissuto per esprimere e testimoniare la sua piena e totale volontà di amare "con tutte le sue forze, con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima" fino al dono totale della sua vita.
La concomitanza dell'Ostensione della Sindone nel 200° anniversario della nascita di san Giovanni Bosco ci ha permesso di comprendere, grazie alla sua vita, che nel fidarci dell'amore di Dio, è possibile amare tutti e in particolare quelli che sono più in difficoltà come i ragazzi di "strada" che don Bosco ha saputo accogliere "riaprendoli" ad un "cammino di vita nuova". Questo "volto" del comandamento di Dio di amare il prossimo che don Bosco ha testimoniato, lo abbiamo poi incontrato proprio nella celebrazione della santa Messa nella Basilica del Corpus Domini dove ebbe luogo il famoso miracolo eucaristico avvenuto qui nel 1453.

Nel pomeriggio dopo un buon pranzo abbiamo visitato la Piccola Casa della Provvidenza fondata dal santo Cottolengo. In quel luogo siamo stati aiutati a vedere l'appassionata accoglienza della misericordia di Dio a servizio di sorelle e fratelli diversamente abili. In particolare la dedizione dei responsabili e dei volontari a servizio in quella realtà. L'aiuto a "ridimensionare" i nostri bisogni è forse stato uno tra i doni più belli che questo pellegrinaggio ci ha offerto. Il GRAZIE per questa bell'esperienza di fede ora possiamo anche noi metterlo a servizio , sempre meglio, della misericordia di Dio Padre. In tal modo la nostra fede si mostrerà nella vita quotidiana e la nostra vita quotidiana sarà il corpo della nostra fede per essere sempre più "prossimo" secondo il Vangelo, con tanta fraterna amicizia don Erve


La famiglia: "via privilegiata" della testimonianza - missione (giugno 2015)


Pensando ai primi discepoli mi avvince sempre il capovolgimento delle loro scelte dopo la risurrezione di Gesù. Infatti da paurosi e traditori han-no accolto d'essere, sulla Parola di Gesù che domandava di diventare, con la proposta: "andate in tutto il mondo, cominciando da Gerusa-lemme" testimoni-missionari.
In pochissimo tempo hanno lasciato dietro di loro paure e interessi per vivere, incredibilmente ancora insieme, la "via" della testimonianza-/missione. Da allora ad oggi quanta "strada" hanno già compiuto i disce-poli di Gesù e quanti, ancora oggi ci hanno aiutato a farci "prossimo" nel suo Nome. Penso di slancio alle tante testimonianze di vita da papa Giovanni 23° a papa Francesco e alle tante Comunità di fede che hanno rinnovato e continuano a rinnovare il loro si al vangelo dentro le pieghe della storia che spesso si fa crudele con le persone e in particolare con questi nostri fratelli e sorelle cristiani. A volte però percepisco anche che i rimpianti del tempo passato rischiano di frenare il rinnovamento della nostra stessa testimonianza nelle nostre attuali Comunità.
Personalmente ritengo che questo nostro tempo sia invece molto propizio per riprendere slancio missionario (non proselitismo) perché noi stiamo vivendo un tempo di purificazione della nostra fede. Da un tempo di cri-stianità diffusa stiamo finalmente vivendo un tempo di scelte di vita cri-stiana. Così penso e vedo il coraggio della fede che voi cari genitori, mamme e papà, state testimoniando in famiglia accompagnando i vostri figli al Battesimo, alla Comunione, alla Cresima o, non ultimo, all'Oratorio.
Percepisco una testimonianza non più abitudinaria perché siete persone intelligenti e piene d'amore per i vostri figli. Ed infatti eccovi qui ad ac-compagnare i vostri figli a queste scelte d'amicizia e d'impegno con Gesù in questo mondo spesso "drogato" da individualismi negativi. Certo che il vostro compito non è facile perché essere cristiani sappiamo tutti che è una scelta di vita e non più solo un rito da tramandare.
Grazie cari genitori e parenti perché continuate ad aprire il cuore e la mente, vostro e quello dei vostri piccoli, al cammino della fede in Gesù.
Stare accanto a voi è parte della mia corresponsabilità di sacerdote per offrire e far crescere con voi il dono della fede. Grazie perché state cer-cando di trasmettere ai vostri figli, attraverso questi cammini della co-munità dei credenti, la vostra fede in Gesù e nella sua Comunità.
Con tanta fraterna amicizia don Erve


Amare il Progetto di DIO con tutto il cuore con….. (maggio 2015)


Eccomi, con alcune sorelle e fratelli dell'Unità pastorale di Domo - Porto, nel silenzio dell'adorazione del Santissimo Sacramento che ogni lunedì mattino ho il dono di vivere a Porto.
In questo a "Tu per tu con Gesù" sento di arrivare con tutta la mia vita umana e sacerdotale.
Con Lui infatti posso rivedere i "volti" di tante persone che con me hanno celebrato le sante messe o che ho incontrato nei vari cammini della vita quotidiana.
Rivivo con ringraziamento la loro testimonianza intessuta nelle tante occupazioni dove gioie e sofferenze, progetti e delusioni sono come un ricamo che non ha soluzione di continuità, ma che piuttosto esprime la complessità del vivere quotidiano di ogni persona.
Nel Signore Gesù, che mi si offre in questa adorazione, riesco a comprendere un po' meglio che la mia responsabilità di parroco è chiamata ad incontrare e ad accogliere ciascuno. Solo nell'accoglienza, infatti, mi sarà data la grazia di riscoprire costantemente il valore e la dignità di tutti come ha fatto Gesù crocifisso che, umiliato e disprezzato nella sua dignità di persona, con la sua preghiera al Padre, ricca di misericordia per tutti dice: "Padre perdona a loro perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).
Certamente che chi quel giorno stava condannando e umiliando, sapeva bene di condannare e di umiliare, ma non sapeva purtroppo che queste sue terribili scelte imprimevano nella sua vita le catene della crudeltà deturpandola senza rimedio umano. Ma Dio è il buon pastore che fa di tutto per "salvare" chi si è perduto e che per questo coinvolge i "suoi" a seguirlo per vivere come Lui. Pensavo così istintivamente all'ormai prossimo mese di maggio dove, nella feconda tradizione anche delle nostre due parrocchie, si vive in diversi luoghi della nostra Unità pastorale la recita del santo Rosario. In essa c'è la chiara disponibilità e la piena fiducia che seguendo Maria s'impara a seguire Gesù che Lei stessa ha imparato ad accogliere e a donare a tutti nel suo cammino di fede incredibile alle sole capacità umane.
Nella fede la Vergine Maria, e nostra mamma, ha saputo appassionarsi a tutti che nel suo Figlio ha ricevuto come suoi figli. Lei da nascosta donna di un piccolo villaggio ebreo si è lasciata trasformare, per l'accoglienza della Parola, in Madre misericordiosa per tutti come suo Figlio le aveva insegnato con amore e misericordia: "non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio"(Lc2,49).
Questa passione totale per ciascuna persona secondo la misericordia di Dio, che Maria ha imparato da suo Figlio e nostro Signore, accompagni e guidi, grazie anche alle preghiere comunitarie del mese di Maggio, le nostre vite quotidiane. Con affetto don Erve



Pasqua di Gesù e la dignità ritrovata (aprile 2015)


Penso ai discepoli e alla bella festa che avevano vissuto insieme con il Maestro: in amicizia con lui avevano celebrato la Pasqua ebraica. Si c'era stata una stranezza di Gesù che prima di mangiare si era comportato come uno schiavo togliendosi le vesti e cinto di uno straccio di grembiule si era messo a lavar loro i piedi. Pietro aveva anche protestato, ma alla fine lo avevano lasciato fare. Con lui infatti avevano vissuto un "cammino" nuovo. Il Maestro, dopo averli chiamati a seguirlo, li aveva portati ad iniziare un'esperienza di testimonianza incredibile per il loro tempo tanto che essi avevano accettato di offrire tutta la loro vita lasciando il loro lavoro per seguirlo. Ma poi quel loro "idolo Gesù" il giorno dopo si era lasciato prendere dal "potere" che lo aveva umiliato come uno schiavo fino ad ucciderlo con l'infamante condanna della crocifissione…. e tutto il loro sogno era crollato abbandonandolo, rinnegandolo vigliaccamente con un "non lo conosco". Il loro "idolo", una "proiezione" di se stessi secondo la gloria del "mondo", di ogni tempo e di ogni luogo, li aveva sconvolti perché sapevano che aveva scelto di donare tutta la sua vita, la sua dignità fino alla morte infamante della croce come un misero schiavo. Era troppo per loro che l'avevano seguito con il desiderio di diventare "importanti". Era troppo e per di più infamante. Così la loro testimonianza da viva ed entusiasta era sprofondata in un rinnegamento gridato: "non lo conosco". E' vero che alcuni stavano ancora insieme, ma lontani dagli altri, se ne stavano dentro il Cenacolo ben protetti dalle "porte chiuse". Bisognava riprendere quello che si aveva sempre fatto prima che Gesù li chiamasse, non restava altro, secondo loro, e probabilmente anche noi avremmo fatto così, se non di tornarsene a pescare o come i discepoli di Emmaus ritornare a casa sconfitti dal loro "idolo ideale". Ma Gesù li viene a cercare, si mostra loro con le ferite della crudeltà della crocifissione e li richiama a seguirlo, anzi molto di più, ad andare ad annunciarlo con la loro vita in tutto il mondo senza paura perché Lui è con loro, ha vinto la morte è risorto. E così la buona novella, il Vangelo o se vogliamo dire meglio Gesù, invia la sua piccola chiesa ad uscire, a spalancare le porte della loro vita verso il prossimo che ha bisogno di sapere che Dio Padre li ama come ama loro anche dopo averlo tradito. E il Vangelo diventa finalmente viva e umile testimonianza nel servizio dell'annuncio, ed è Pasqua. Questo, lo sappiamo bene, perché è vero anche per noi. Buona Pasqua cari fratelli e sorelle
nella fede don Hervé


L'apertura quotidiana delle nostre chiese parrocchiali: un concreto "segno" d'accoglienza (marzo 2015)

Da qualche giorno le "nostre case di preghiera" o meglio le nostre chiese parrocchiali possono restare aperte tutto il giorno.
Quindi non più portoni chiusi al termine delle celebrazioni eucaristiche, ma portoni aperti per lasciare che chi vuole e come vuole possa sostare davanti al tabernacolo per una preghiera intima e personale.
Senza sottovalutare le possibili cattiverie legate a furti siamo finalmente arrivati ad aprire quotidianamente le nostre chiese parrocchiali alla preghiera personale ogni giorno e per tutto il giorno collocando un sistema d'allarme, al fine di scoraggiare chi entra in chiesa in modo malintenzionato.
Ora non ci troveremo più davanti ad un portone chiuso, ma ben aperto per permettere, nei tempi personali desiderati, una sosta feconda e ricca di preghiera davanti al Santissimo Sacramento, presenza eucaristica di nostro Signore Gesù il Cristo.
Lo stile architettonico delle nostre chiese può infatti facilitare molto questo incontro di "pace" di "confidenza" di "sfogo" con Il Signore che non ha mai chiuso la sua "porta" a nessuno anzi si è fatto "pellegrino" per cercare tutti. Infatti ogni chiesa, parrocchiale o non, ha lo scopo di manifestare una "presenza" di servizio, di consolazione, di ristoro dove chiunque possa "dissetarsi" come alla fontanella del villaggio e poi proseguire il suo "viaggio" sapendo che è totalmente amato dal Signore Gesù che nello Spirito Santo si fa così visibilmente prossimo a chiunque "passa".
Lo stile di Gesù, come sappiamo bene, è nello stesso tempo lo stile proposto anche a ciascuno di noi battezzato perché in Gesù, per il dono dello Spirito Santo, anche noi si sia delle "chiesette pellegrine" attraverso la nostra vita quotidiana sempre "aperte" alla testimonianza. Lo stesso Gesù che ci ha nutrito del suo Corpo eucaristico ci dona infatti la capacità di essere a nostra volta una "chiesetta" che si rende disponibile ad accogliere, a testimoniare il valore di ogni persona che "passa" nella disponibilità a costruire sempre relazioni vere e non superficiali. E' importante perciò che anche ciascuno di noi sia dotato di "antifurto", al fine di vivere ed offrire una sana accoglienza senza cadere nel buonismo che in verità può diventare solo una tentazione per il prossimo.
Penso inoltre che anche a ciascun parrocchiano farà molto bene, me compreso, per quello che ci è possibile magari con un po' d'impegno, poter sostare a tu per tu davanti all'Eucaristia sempre presente nel tabernacolo delle nostre chiese parrocchiali, e in particolare in questo tempo dell'intimità con Dio che è il tempo quaresimale,
con fraterna amicizia don Erve


Nella condivisione delle "feste liturgiche" la testimonianza della fraternità evangelica (febbraio 2015)

Ormai è alle porte la prima festa liturgica della vita della nostra Unità Pastorale dell'anno 2015: la Madonna apparsa a Lourdes.
Sono certo, per l'amore che Maria ci dona, che questa festa ci permetterà di accogliere e vivere sempre più la ricchezza della corresponsabilità evangelica da lei vissuta e donata a noi suoi figli.
In tutto quello che sto imparando, condividendo con la mia responsabilità sacerdotale la "vita" di questa Unità pastorale di Domo e di Porto Valtravaglia, guardo con molta speranza ad ogni tradizione. E' certo infatti che queste tradizioni sono "i frutti" della fede che si è incarnata nella storia quotidiana di ogni parrocchia, di ogni frazione, di ogni persona, come lo dimostra questa festa della Madonna apparsa a Lourdes che la frazione di Musadino vive ormai da molti anni.
La sua bellezza, per coloro che vivono nella fede, sta nell'essere testimonianza di una "chiamata" a seguire le orme della nostra Mamma celeste per servire la fede di tante sorelle e fratelli delle nostre due parrocchie.
Grandissima dunque la responsabilità della testimonianza che questa frazione di Musadino saprà esprimere per illuminare e stimolare ancora di più la viva disponibilità al Vangelo come Maria da sempre ci indica e ci propone.
Questo è, come sappiamo bene, il motivo della festa. Può capitare che qualcuno abbia dimenticato tutto ciò e che faccia della festa solo una "bandiera" della propria tradizione e non della "traditio fidei" cioè della testimonianza della fede. Come ben sappiamo il ridurre a tradizionalismo colorato di fede quello che gli "anziani" avevano cominciato a celebrare con vivissima fede è un grave errore. Ma, grazie alla fede ereditata, per moltissimi è invece "il portare avanti il servizio della testimonianza" della propria vita di credenti.
Ecco un buon motivo di "vanto evangelico e mariano" per le sorelle e i fratelli di Musadino, piccoli e grandi, nella testimonianza della missione d'annunciare a tutti, in particolare nell'Unità pastorale, l'amore di Dio che Maria ha saputo e voluto accogliere e offrire a tutti.
Nel fare festa ai suoi piedi c'è allora la volontà di vivere ancora oggi, in una realtà quotidiana molto cambiata rispetto a "ieri", quando voi anziani e adulti eravate giovani, per il bene di tutti e in particolare di chi soffre come la Vergine di Lourdes ci domanda insistentemente.
Come le parole e l'esempio del Santo Padre, Papa Francesco, ci sollecitano a seguire la Madonna per vivere quello che Lei da sempre ci ha testimoniato: "amare il suo figlio Gesù", il Papa ci ricorda che è molto importante essere una Unità pastorale "in uscita", cioè in missione, per testimoniare il dono dell'unità che si compone di tutte le diversità per il bene di tutti.
A tutti noi dunque buona conversione al dono del Vangelo,

nella fede, vostro parroco don Ervé


Il dono della FRATERNITA' - Accoglierlo e viverlo (gennaio 2015)

"Ecco, è lei il "nuovo" parroco? Si! Ahah bene, buon giorno ecc. ecc."
In questi primi giorni con voi in questa bella unità pastorale, mi è frequente vivere questo dialogo del primo incontro che, nella irriducibile ricchezza della dignità di ogni persona, mi è dato il dono di servirla in particolare nelle parrocchie di Domo e di Porto Valtravaglia
Così qualche giorno fa e precisamente il giorno di santo Stefano salendo a San Michele con qualche famiglia che mi ha fraternamente accompagnato, ammiravo i due paesi sottostanti con le loro case, i luoghi cari del lago e il mio pensiero si illuminava sapendo che Dio da secoli è con tutti voi. Il sentiero mi portava sempre più su e mi permetteva cosi di abbracciare sempre meglio il bel panorama delle due parrocchie dove ogni casa è la testimonianza della presenza di sorelle e fratelli che nella sua bontà misericordiosa Dio, il Padre di tutti, ha voluto mettermi accanto.
Il desiderio, che la fede dilata sempre più, del vivere una prossimità reale con tutti, nel salire verso San Michele, prendeva sempre più l'orizzonte della gioia del trovarmi con voi dopo gli irripetibili anni vissuti in savana nel Niger. Coglievo in tal modo, nella vicenda storica della chiesetta di san Michele, la ricca tradizione di questi miei "nuovi" fratelli e sorelle che al Signore, da secoli, domandano di guidarli, di convertirli all'annuncio come l'angelo San Michele, del loro borgo, annuncia a tutti voi e anche a tutti i viandanti che salgono lassù.
Appena arrivati in cima ecco che la chiesetta ci accoglie per la preghiera che nell'essenzialità del luogo ci domanda di essere semplici come l'affresco di Maria con il bambino Gesù ci fa subito "respirare".
Pregare dunque per accogliere la missione di essere "mandati" per testimoniare che Dio è amore misericordioso diventa subito chiaro. Nel ricordare che, protetti da quelle pietre della chiesetta, tanti e tanti prima di me hanno domandato a Dio Padre di essere guidati dall'Angelo san Michele anch'io, pieno di riconoscenza per coloro che ci hanno "consegnato" questo tesoro spirituale della Valle, ho pregato perché tutti e ciascuno possano vivere un anno nuovo nell'abbondanza del dono della Grazia. E tutto questo per portare sempre al prossimo, chiunque esso sia, la Parola che i nostri anziani hanno saputo mettere al di sopra delle loro "case" donandoci la chiesetta di san Michele.
A tutti, nell'abbraccio della fede, un carissimo augurio di buon Anno vostro don Hervé