dai nostri archivi: ricerche storiche

storia, curiosità e approfondimenti per non dimenticare

(a cura di Filippo Colombo)


La Visita dell'arcivescovo Robaldo

Era il 4 marzo 1137. E' certamente la più antica visita pastorale in Valtravaglia, documentata da una pergamena conservata nell'Archivio della Curia di Milano, proveniente dall'archivio parrocchiale di Bedero ove rimase fino alla fine del XVI sec. quando fu consegnata al cancelliere arcivescovile can. Maggiolini. Ne esistono alcune copie cartacee, una delle quali nell'archivio parrocchiale di Domo controllata dal parroco di Castello Valtravaglia, Giovanni Andrea Binda, sull'originale.
A seguito di questa visita pastorale, l'arcivescovo Robaldo stabiliva il trasferimento della sede della pieve di Travaglia da Domo a Bedero.
Anche se non è del tutto sciolta la controversia storica sul vero significato del documento (trasferimento della pieve da Domo a Bedero, oppure ricostruzione della pieve a Bedero su un precedente tempio cristiano o pagano) diamo qui una traduzione libera del Privilegio di Robaldo nei suoi passi principali:
"Robaldo, per grazia di Dio arcivescovo della santa chiesa milanese a Guilielmo preposto della pieve di Travaglia e ai suoi fratelli, in perpetuo"
"... pertanto noi, cui spetta provvedere per l'incarico ricevuto alle necessità ed alle utilità delle chiese, dopo molte ed innumerevoli suppliche del predetto preposto e dei suoi fratelli ..."
"... fermamente stabiliamo che la predetta pieve di Travaglia venga trapiantata sul monte di Bedero che è di diritto e di proprietà del beato Ambrogio ..."
" ... la predetta chiesa era stata abbandonata da quasi tutti i suoi parrocchiani, sia perchè difficile ne era l'accesso, come odiosa e derelitta ai propri figli quasi era stata privata dei diritti spirituali e, mentre per troppa vetustà minacciava ruina, veniva a mancare del tutto l'opportunità di ricostruirla ..."
" ... a maggior gloria ed utilità della santa chiesa milanese e del beato Ambrogio ... dal predetto preposto e da tutti i suoi fratelli riceviamo questa fedeltà ..."
" ... io Guilielmo da questo momento sarò fedele ed obbediente all'arcivescovo di Milano Robaldo ed ai suoi successori ... non commetterò atti che possano far perdere alla chiesa pieve di Travaglia l'onore spirituale o temporale ..."
" ... tutto ciò senza imbroglio osserverò; mi aiuti Dio e questi santi vangeli"
"l'anno dell'incarnazione del Signore 1137, ... il 4 marzo".
Il documento evidenzia come il Vescovo agiva nei confronti del preposto di Travaglia come di un proprio fedele in senso feudale; ed il giuramento che ne otteneva è quello stesso di un vassallo al suo "dominus". Dal testo è dato comunque di cogliere anche le esigenze dei fedeli, visto che il Vescovo volle o dovette tener conto della protesta popolare per la scomoda posizione di S. Maria a Domo, troppo distante dalle valli settentrionali della pieve. Fu certo sentita la necessità di garantire il battesimo agli infanti; di disporre di un luogo consacrato per la sepoltura dei morti e finalmente di fruire di un culto comodo e regolare, per fugare le numerose proteste per inadempienze e tiepidezza dei canonici nel servizio delle chiese periferiche.
Occorre qui fare una parentesi e dedicare un po' di spazio a un dotto e attento studioso delle cose di Valtravaglia: Giovanni Andrea Binda, parroco di S. Pietro di Castello (oggi Castelveccana) dal novembre 1829. Nato nel 1803 a Rezzago in Valassina, morì settantenne il 3 giugno 1874. L'archivio della sua parrocchiale poco conserva di lui; un discreto mazzo di note e di appunti è invece conservato presso l'Archivio Parrocchiale di Domo e come siano finiti lì è facile intendere. Anche Francesco Cristini, parroco a Domo dal 1897 al 1908, coltivò interessi storici e verosimilmente fu lui a procurarsi quegli scritti, conservandoli con ogni cura. Il Binda resta comunque colui che setacciò, ai suoi tempi ancora integri, l'archivio capitolare di Valtravaglia e della pretura di Luino, prima che svanissero nel nulla. Anche le raccolte milanesi furono setacciate ed ora, quegli appunti, sono fra le più antiche testimonianze dei nostri luoghi e della nostra gente.


Dedicazione e storia della chiesa di Porto

L'antica chiesa era in stile romanico, ad una sola navata, risalente al 1000-1100. Misurava circa metri 12,50 in lunghezza, 5,30 in larghezza, 7 in altezza. Le attuali navate laterali sono state aggiunte, sfondando le pareti laterali della chiesa e ricavando gli archi ed i grossi pilastri attuali. La chiesa è stata allungata e la facciata attuale risale al 1400, come lo potrebbe dimostrare l'affresco votivo dedicato a s. Rocco dipinto sul lato interno della facciata e datato 1524. Durante i lavori di sistemazione esterna del 1979 è stata scoperto un graffito sulla facciata esterna "IHS 1664".
L'affresco di s. Rocco venne fatto "devotamente eseguire da Bernardino e Giovanni, vera discendenza di Minetti Erminio" nel 1524. Lo stile è della scuola del Borgognone.
Durante i lavori di posa nel nuovo altare nel 1978 venne alla luce l'antica abside circolare, pavimentata in beola e le fondamenta del muro perimetrale.
L'altare originario della chiesa era interamente in legno scolpito e adorno di statuette di angeli e santi. Al centro aveva un tempietto di quattro colonne ritorte e adornate da rami di foglie; al centro campeggiava una Madonna Assunta ed ai lati due angeli con cornucopie che sorreggevano un cero.
La prima ed unica dedicazione della chiesa avvenne il 21 luglio 1581 per opera di s. Carlo Borromeo, racchiudendo nell'altare le reliquie di s. Massimo Martire.
Successivamente lo stesso altare fu riconsacrato dal card. Schuster il 24 novembre 1930 e le stesse reliquie furono riposte unitamente al cartiglio originale scritto di pugno da s. Carlo e riscritto al retro dal card. Schuster.
Negli anni 1924-25 la chiesa su oggetto di vari interventi, fra i quali l'innalzamento del campanile di un piano, un radicale restauro interno ed esterno, la realizzazione della attuale piazza mediante sterro del piazzale che a quel tempo era a livello della via Roma e che arrivava a pochi metri dalla chiesa. Le tre campane erano state fuse nel 1834: "Michael Comerius fecit" è impresso nel bronzo di ciascuna unitamente alle rispettive dediche:
campana maggiore: a fulgora e tempestate libera nos Domine
campana mezzana: ad maiorem Dei gloriam
campana minore: sit nomen Domini benedictum
L'organo è stato costruito nel 1868 Giovanni Mentasti in società con Pietro Talamona.
Si realizzò anche la scala in granito al centro della piazza e si tolse la scala della facciata, realizzando invece l'attuale terrapieno. I lavori terminarono a Natale del 1926.
La Via Crucis in bronzo è stata realizzata negli anni '50, dono della famiglia Lucchini.
Le balaustre originarie vennero tolte nel 1972 e nello stesso anno vennero motorizzate le campane.
Il nuovo altare della chiesa, quello attuale, venne realizzato in occasione del XXV di ordinazione del parroco don Carlo Rimoldi e fu consacrato dal mons. Bernardo Citterio il 14 agosto 1978. Nel sepolcreto furono poste le reliquie dei santi Massimo, Protaso e Gervaso, Maria Goretti, Ambrogio e Carlo e Domenico Savio. La mensa in marmo bianco consacrata da s. Carlo e riconsacrata dal card. Schuster (e recante l'iscrizione della sua seconda consacrazione) venne inglobata nell'altare maggiore ed è visibile per una sua completa lettura. Con l'occasione venne recuperato il cartiglio originale scritto da s. Carlo e integrato dal card. Schuster e riposto in un artistico reliquiario.
Il 5 luglio 1981 il card. Giovanni Colombo incoronò la nuova statua in legno della Madonna Assunta.
Negli anni '80 vennero anche realizzate le diverse vetrate artistiche realizzate dai Fratelli Villa di Buscate.
Dopo il rifacimento del tetto, sotto il parroco don Walter Casola, nel 2012-2014 è stata eseguita una serie di imponenti restauri: la ritinteggiatura esterna del campanile e delle facciate; il completo rifacimento degli interni e degli altari della Madonna e di S. Carlo riportati all'originario splendore. E' stato rifatto l'impianto di illuminazione.
All'esterno, sopra una porta murata, è stato riportato alla luce in una lunetta l'affresco di una Madonna Assunta. L'intervento più significativo è stato il restauro degli affreschi di s. Rocco sulla controfacciata e quello degli angeli musicanti nella Cappella della Madonna (già Cappella Porta). Le opere sono state eseguite dal Laboratorio San Gregorio di Busto Arsizio.
Attribuito dalla Soprintendenza alla bottega degli Avogadro (o " de Advocatis"), l'affresco degli angeli dovrebbe risalire al secondo, terzo decennio del XVII secolo, quindi attorno al 1620-1630. Nello stesso periodo, precisamente nel 1612 Johannes Baptiste de Advocatis (pittore milanese attivo nella provincia di Varese nei primi anni del '600) autore di una pala d'altare e di alcuni affreschi in S. Caterina del Sasso a Leggiuno, mentre nella chiesa di s. Stefano a Mombello ha lasciato la sua opera maggiore. Qui ha affrescato la volta dell'abside con la "gloria della Madonna Assunta in cielo" al centro di un concerto angelico, molto simile a quello sito nella parrocchiale di Porto.


le consacrazioni della chiesa di Domo

La dedicazione è uno dei più antichi riti con il quale il Vescovo consacra e dedica la chiesa a Dio e ad uno più santi patroni. La cerimonia comprende vari momenti di altissimo significato simbolico: il celebrante bussa alla porta della chiesa, vengono invocati i Santi, si ungono con il sacro Crisma dodici croci, su altrettante colonne, a ricordo dei dodici apostoli che sono il fondamento della Chiesa; si depongono all'interno dell'altare le reliquie dei martiri, a ricordo che i primi altari erano costruiti direttamente sulle tombe dei martiri; si ungono cinque croci agli angoli ed al centro dell'altare, sopra si accendono altrettanti ceri, a ricordo delle cinque piaghe del Signore morto in croce. Infine si asperge la mensa, la si incensa, la si copre con le tovaglie ed si celebra la messa della Dedicazione. San Carlo Borromeo ebbe molto a cuore la consacrazione delle chiese e degli altari durante le sue numerosissime visite pastorali, cogliendo tali occasioni per richiamare i fedeli alla pratica religiosa; così fece il Card. Schuster, sulle orme dello stesso san Carlo. Entrambi i vescovi, nelle rispettive visite in Valtravaglia, non mancarono di consacrare altari e chiese.

Ricordiamo questo mese le date di consacrazione della chiesa e dell'altare di Domo.

Anzitutto il 23 aprile (di un anno imprecisato tra il V ed il X sec.) che si dice "è festa di precetto, perché è il principale giorno della consacrazione di questa chiesa" come risulta dagli atti della Visita pastorale del card. Federigo Borromeo del 12 agosto 1596.
In una relazione del parroco Vagliani del 1685 si ha una descrizione di come dovesse essere la chiesa alle origini. "Consiste la chiesa suddetta in una sola nave assai vasta e sufficiente a capire da settecento in ottocento persone, chè tanti sono i sudditi a detta Cura. Vien questa sostenuta da tre archi tra quali v'à un soffitto legato in quadretti di tavole lariche". Il presbiterio aveva la volta dipinta con le immagini dei quattro Evangelisti e l'immagine di Dio Padre entro la mandorla mistica, e le pareti laterali dipinte, la destra con l'immagine dell'Assunta, la sinistra con vecchie pitture "la maggior parte delle quali è stata rubbata dal tempo".
Queste le dimensioni interne della chiesa "antiquissima" di Domo: lunghezza cubiti 38, larghezza 14, cioè mt. 16,70 x 6,20 circa; vi si entrava scendendo tre gradini.

Poi abbiamo il 14 giugno 1583, data di consacrazione dell'altare da parte di S. Carlo Borromeo. L'arcivescovo, partito da Milano il 13 giugno, giunse - come consuetudine - alla sera a Domo e trovò che erano stati eseguiti i suoi decreti emanati nella precedente visita e che la chiesa ed il cimitero erano stati restaurati e rinnovati, come egli aveva desiderato. Il giorno seguente celebrò pertanto la messa di consacrazione dell'altare maggiore in onore della Beata Vergine e, dopo il canto del Vangelo, tenne al popolo un devoto sermone. Terminata la messa, uscì a benedire il cimitero.

Infine il 12 agosto 1947 è la data della consacrazione della chiesa da parte del Card. Schuster, resasi necessaria a seguito degli imponenti lavori di trasformazione che l'edificio aveva subito al tempo del parroco Giovanni Battista Isabella, originario di Torre.
Fin dal 1788 gli amministratori invitarono infatti tali Francesco e Silvestro Giorgetti a stendere una perizia sullo stato della chiesa e relativo preventivo per il rifacimento e l'allargamento del tempio. Nella suddetta perizia si legge: "Gli architravi erano spaccati ed aperti in diversi siti, l'architrave maggiore del Sancta Sanctorum era stato ritrovato minacciante gravissima ruina, anche la volta del Coro era qua e là screpolata e quasi cadente, come pure le stesse muraglie; la navata era quasi staccata per numerose fessure, il tetto una continua minaccia per il popolo in Chiesa radunato. Infine la Chiesa era di molta angustiosità e non capace di contenere tutto il popolo".
Per questo si decise di allargarla tenendo buone solo una parte delle antiche pareti e di fare il soffitto in volta. La chiesa fu innalzata e si murarono le finestre antiche aprendone altre al di sopra del cornicione. La somma totale preventivata fu di lire venete 13.800. Nell'ampliamento fu incorporata una parte del cimitero. I lavori durarono ben cinque anni e terminarono nel 1795. Nel 1943 furono intrapresi i lavori di decorazione della chiesa, che divenne come appare oggi.


Domo, i Perlo e S. Filippo

Pochi conoscono la storia dell'Oratorio San Filippo, tutt'ora esistente a Domo - pur in cattive condizioni - davanti alla vecchia casa parrocchiale e a fianco della chiesa. La sua costruzione la si deve ad una famiglia di origine piemontese, i Perlo, che è entrata nella storia della Valtravaglia ed il più noto per noi fu Filippo che i nostri anziani ancora ricordano come " il dottor Perlo".
Era nato a Caramagna il 19 marzo 1863, figlio di Bartolomeo e Fusero Agnese.
Il 12 aprile 1908 il consiglio comunale di Porto Valtravaglia lo nominava medico condotto consorziale. Il fratello Enrico diventerà invece un importante teologo.
Era risultato vincitore del concorso a suo tempo bandito per la copertura del posto vacante. Il suo stipendio era inizialmente di Lire 3.000 annue, che sarebbero poi diventate 9.000 nel 1925.
Risiedeva in piazza della chiesa a Domo, in quella che fu la chiesa di S. Stefano e trasformata parzialmente in abitazione. Soleva muoversi a bordo di un calesse trainato da un cavallo. Fu un personaggio assai stimato, un medico dal grande cuore.
Domenica 21 e lunedì 22 novembre 1926 il "cav. uff. comm. Perlo dott. Filippo" festeggiava le nozze d'argento con la moglie Rina Rombi. Il settimanale "Corriere del Verbano" di quei giorni scrive: "I generosi coniugi vollero prepararsi degnamente alla fausta ricorrenza offrendo al R. Parroco locale la cospicua somma di L.30.000 lire per la costruzione di un oratorio per la gioventù di Domo dedicato alla memoria del loro defunto unico figlio Filippo". Seguirono i festeggiamenti per la commenda concessa da Pio XI in nome di questa e altre benemerenze. Con l'occasione ci fu l' inaugurazione dell'oratorio. Con l'occasione il dott. Perlo festeggiava anche i suoi 20 anni di "lodevolissimo servizio sanitario".
Domenica 21 ci fu la s. messa celebrata dal prevosto di Bedero e predica del prevosto Croci della parrocchia S. Gioachino di Milano. "Alle 15,41, con diretto da Novara arrivò da Torino S.E. Mons. Perlo Filippo, il Can. Bues (già parroco di Castagnole Piemonte e poi Canonico del Duomo di Torino) ed il Rev. Teologo Enrico Perlo fratello dell'amatissimo dottore". Era parroco di Domo don Enrico Longoni.
Il dott. Perlo sarebbe rimasto in servizio fino al maggio 1934, quando fu colpito da anemia grave e dovette far ricorso a numerose trasfusioni. Il suo medico curante era tale Vittorio Ronchetti, che relazionò alla Giunta Comunale sulla necessità di un periodo di riposo per il collega Filippo Perlo. Durante la malattia il dott. Perlo fu sostituito da Mauro Napoletano e poi da Oreste De Prati.
Fu medico consorziale della Valtravaglia per 29 anni, fino alla morte avvenuta a Domo il 23 giugno 1934. E' sepolto nel cimitero di Domo accanto alla moglie Rina Rombi (S. Angelo Lodigiano 26.11.1879, Montevecchia 31.3.1941) e alla sua fedele domestica Vittoria Fiorini (26.9.1908 - 1.8.1992).
La signora Rina ha lasciato poi in eredità alla parrocchia alcuni gioielli in oro con il quale è stata realizzata gratuitamente dall'orafo Vittorino Ongari una lunetta per trattenere l'ostia consacrata nell'ostensorio solenne.

La famiglia Perlo non si esaurisce qui. Le ricerche d'archivio ci hanno fatto incontrare altri tre fratelli Perlo: Enrico, teologo, fratello del dottor Filippo, che venne a Domo per l'inaugurazione dell'Oratorio. Aveva celebrato la sua prima Messa a Caramagna il 2 luglio 1911. Lo ritroviamo poi a Filadelfia, negli Stati Uniti, quando celebra il suo giubileo sacerdotale il 20 settembre 1936 come Parroco della chiesa di s. Maria Maddalena de Pazzi.

Poi un altro Filippo, mons. Filippo Perlo (1873-1948) primo successore del beato Giuseppe Allamano alla guida dell'Istituto dei missionari della Consolata e vescovo in Kenya, e i suoi due fratelli Gabriele e Luigi, entrambi missionari della Consolata.
Gabriele (1879 - 1948) diventerà vescovo missionario di Mogadiscio in Somalia.

Tutti originari di Caramagna, riteniamo potessero essere cugini del nostro dott. Perlo.

Il calice datato 10.6.1911 dono del dott. Filippo Perlo e conservato a Domo


la chiesa della Madonna delle Cappelle

Davanti al cimitero di Porto sorge una piccola chiesa la cui originaria denominazione era della "Madonna del fiume", titolo poi diventato "della Madonna delle cappelle". Cerchiamo di ricostruirne la storia, per quanto possibile.
Le origini della chiesa non sono note: dietro di essa scorre il torrente Muceno e a fianco una passerella in legno ne permetteva il passaggio verso le località di Roccolo, Nuvolina e Ticinallo. La strada Laveno-Porto-Luino è stata realizzata solo negli anni '30.
Attorno era circondata da prati che digradavano verso il lago e la via Rivazzola (l'attuale via Borgato).
Il titolo di "Madonna delle cappelle" risale alla prima metà del 1700 quando i frati francescani ottennero dal papa Benedetto XIII (nel 1731) la facoltà di istituire e benedire le Via Crucis anche al di fuori dei loro conventi e delle loro chiese. Non dimentichiamo che furono proprio i frati francescani a diffondere prima il presepe, poi il pio esercizio della Via Crucis. L'origine di questa seconda tradizione è dovuta soprattutto ai francescani della Spagna, che diffusero anche la processione del Venerdì santo con il Cristo morto (come avviene ancora oggi a Germignaga).
Pian piano la Via Crucis venne strutturata in 14 stazioni (rappresentate da altrettante cappellette o quadri) distribuite lungo un percorso da percorrere meditando e pregando i misteri della passione.
Nella Diocesi di Milano fu s. Carlo Borromeo a promuovere l'esercizio della Via Crucis nei venerdì di quaresima, quando - come è tradizione del rito ambrosiano - non si celebra la s. Messa.
Così i primi decenni del 1700 costituiscono un periodo ricco di esperienze religiose come le Quarantore, la Via Crucis, le devozioni al Nome di Gesù, ai Santi, alle anime del purgatorio. E' in quegli anni che nascono anche le relative confraternite.
Anche la Valtravaglia viene coinvolta in questa grande rinascita devozionale. Nel 1853 le Orsoline di Bedero offrono alla chiesa prepositurale le 14 immagini della Via Crucis. Ad imitazione dei Sacri Monti, anche la Via Crucis ha ormai assunto la forma delle 14 cappelle, costruite attorno alle chiese o ai cimiteri, come ancora oggi vediamo in qualche paese che ha avuto la buona sorte di conservarle.
Questi antichi percorsi devozionali valtravagliesi (come si deduce dai documenti d'archivio) furono: nel 1753 a Porto Valtravaglia, in località il fiume, presso l'oratorio dell'Immacolata;nel 1756 a Bedero attorno alla Canonica; nel 1763 a Castelveccana al cimitero di s. Pietro; nel 1769 attorno alla chiesa parrocchiale di Porto; nel 1784 attorno alla chiesa di s. Maria di Corte a Muceno; nel 1784 attorno alla chiesa di Domo e all'antico cimitero davanti alla chiesa di s. Stefano; nel 1825 a Nasca; nel 1825 a Sarigo presso la chiesa di s. Giorgio; nel 1827 a Castelveccana attorno alla chiesa di s. Pietro; nel 1839 attorno alla chiesa di Musadino; nel 1842 a Brezzo presso l'oratorio di s. Rocco.
Di questi percorsi ben poco è rimasto, ad eccezione delle cappellette di Domo e qualcuna attorno alla Canonica di Bedero e alla chiesa di S. Pietro.
Da questo fervore religioso, nacque appunto la nuova dedicazione della nostra chiesetta dell'Immacolata al fiume, come la conosciamo oggi: "Madonna delle cappelle".
Foto in alto degli anni '30 nella quale si vedono le ultime cappelle della Via Crucis, ormai in rovina, e sotto il portichetto i fedeli in sosta durante una processione eucaristica. Il parroco era don Giovanni Pozzi.

altra foto degli anni '30: le cappelle sono scomparse

 

foto del 1911: le cappelle si intravedono a sinistra della chiesa


Via Girelli e le Orsoline

Alcuni si chiedono l'origine del nome dato alla strada che attraversa la frazione di Domo intitolata "Via Girelli". Per trovare una spiegazione occorre fare un passo indietro nel tempo, fino al 1500.

Con il nome Orsoline vengono indicate numerose religiose (sia suore che monache) e appartenenti a istituti secolari: molte hanno in comune il riferimento ad Angela Merici, altre hanno adottato il nome di "orsoline" come sinonimo di "insegnanti".
L'originaria congregazione delle Orsoline fu fondata da Angela Merici (1474-1540), canonizzata nel 1807: dopo l'ingresso nel terz'ordine francescano, iniziò a impartire lezioni di catechismo alle bambine e ragazze di Desenzano e nel 1516 venne invitata a svolgere la stessa opera a Brescia. Dopo un pellegrinaggio a Roma e in Terra Santa, il 25 novembre 1535, presso la chiesa di Santa Afra a Brescia, Angela, assieme ad altre ventotto compagne, si impegnò a dedicare il resto della sua vita al servizio di Dio, specialmente mediante l'istruzione e l'educazione delle fanciulle: diede così inizio alla Compagnia delle dimesse di sant'Orsola. Le prime orsoline vivevano "da vergini nel mondo", ovvero non praticavano vita comune, non avevano abito religioso e non emettevano voti.
Le dimesse della Compagnia rimanevano nello stato laicale, conducevano una vita ritirata, si riunivano periodicamente per la comunione generale, seguivano la regola preparata dalla fondatrice ed erano soggette all'autorità dei vescovi locali, che riconoscevano come unici superiori.
La compagnia ebbe rapida diffusione. Nel 1566, per esempio, Carlo Borromeo chiamò le orsoline a Milano. Seguendo il suo esempio, molti vescovi favorirono la formazione di compagnie di orsoline nelle loro diocesi. Alla fine del 2008 esistevano ancora 31 monasteri di orsoline con 312 religiose di voti solenni.
Le orsoline secolari, disperse e quasi scomparse durante il periodo napoleonico, risorsero a Brescia per opera delle sorelle Maddalena ed Elisabetta Girelli, aiutate dal vescovo Girolamo Verzieri. Le sorelle Girelli curarono anche la diffusione delle orsoline in altre diocesi d'Italia e del mondo, dando origine a numerose compagnie diocesane.
Nel 1947 papa Pio XII promulgò la costituzione Provida Mater Ecclesia, con la quale vennero creati gli istituti secolari, e le compagnie diocesane di orsoline vennero inquadrate come tali, dando poi vita alla Compagnia di Sant'Orsola (o "Istituto Secolare di Sant'Angela Merici"), con sede principale a Brescia.
Tra le numerose congregazioni di orsoline attualmente esistenti, le maggiori sono le Suore Orsoline di San Carlo di Milano, la più antica congregazione, sorte per volontà di Carlo Borromeo (1566) e restaurate nel 1824 a opera di Maria Maddalena Barioli. Fino a qualche decennio fa presso la Canonica di Bedero c'era una Casa delle Orsoline.