Anno della fede 2012-2013

e Piano Pastorale


LIBRI DA LEGGERE

Per vivere l'Anno della fede proponiamo alcuni testi:

Luca Violoni
Tommaso, la beatitudine della fede
Meditazioni evangeliche
Ediz. Le Àncore 2013 - pag. 96 - € 11.00

La figura dell'apostolo Tommaso va ben oltre il celeberrimo episodio del dito nel costato del Signore Gesù, preceduto da quella assenza dal gruppo degli apostoli che tanto ha fatto discutere. Tommaso è certo anche l'uomo del dubbio e della fede ritrovata ma, rileggendo tutto il suo cammino di fede con un'analisi dei quattro momenti in cui appare nel Vangelo di Giovanni, potremo scoprire che la sua vicenda ci riguarda più da vicino di quanto non pensiamo.
L'autore: Don Luca Violoni, sacerdote ambrosiano, laureato all'Universita? Bocconi, e? stato Segretario generale della "Fondazione Milano Famiglie 2012" che ha organizzato il VII Incontro mondiale delle famiglie, e dal 2005 al 2012 docente di Etica ambientale e d'impresa all'Universita? dell'Insubria. Dal 2009 e? vice responsabile dell'Ufficio Amministrativo Diocesano e dal 2012 e? assistente ecclesiastico degli Scout Agesci della citta? di Milano.

 

FEDE CERCATA, FEDE PROFESSATA
" Credo; aiuta la mia incredulità " (Mc. 9,24)

Autori vari
Edizioni Paoline 1012
Prezzo € 11,90
Cinque nomi autorevoli esaminano e offrono sollecitazioni sugli articoli del Credo: il Padre (Bruna Costacurta), il Figlio (Enzo Bianchi), lo Spirito (Raniero Cantalamessa), la Chiesa (Elia Citterio), la vita eterna (Francesco Lambiasi).
Le riflessioni nascono dall'esplicito desiderio di suscitare e rinnovare, all'interno della vita pastorale di una chiesa locale, il dinamismo della professione di fede, per riscoprirne il senso come orientamento della vita cristiana nel mondo e come sigillo della propria vocazione battesimale.

 

IL CREDO DEL POPOLO DI DIO
Paolo VI maestro e testimone

Autore. Paolo VI
Edizioni Paoline 2012
Prezzo € 10,20

Paolo VI, maestro e testimone della fede e dell'amore incondizionato per Dio e per l'uomo, ha portato su di sé le ansie e le speranze del suo tempo.
La pubblicazione de "Il Credo del Popolo di Dio" è un omaggio al grande Papa, l'opportunità di riaccostarsi ai temi del concilio Vaticano II, nella felice ricorrenza del 50° anniversario, attraverso una selezione di brani tratti da vari documenti del suo magistero.
La lettura e la meditazione della professione di fede che egli ha pronunciato il 30 giugno 1968 a conclusione dell'Anno della fede, indetto per il XIX Centenario del martirio dei santi Pietro e Paolo, è un contributo per vivere questo nuovo Anno della fede.
L'organizzazione dei brani segue la successione degli articoli della professione di fede formando sei blocchi tematici: Crediamo in un solo Dio, Padre Figlio e Spirito Santo; Crediamo in Gesù Cristo centro della storia; Crediamo nello Spirito Santo che è Signore e dona la vita; Crediamo in Maria - madre del Verbo incarnato e madre della Chiesa; Crediamo nella Chiesa - popolo di Dio pellegrinante; Crediamo nella vita eterna - impegno e dialogo con Dio e con l'uomo.

 

Gianfranco Ravasi
Guida ai naviganti. Le risposte della fede
Ed. Mondadori, Milano, 2012, pp.129, euro 18,00

Da Sant' Agostino, che per primo vi fece ricorso, sino ai giorni nostri, scanditi dai ritmi di Internet, la navigazione è sempre stata metafora efficace per descrivere la condizione dell'uomo in cerca di un approdo. La ricerca presuppone ovviamente se non una domanda, quanto meno l'atteggiamento di chi è pronto a spiare il mistero, attendendo che dia un segno. E' a costoro che si rivolge la riflessione di Ravasi, che solca l'oceano tempestoso del nostro tempo munito della bussola della Bibbia, battendo bandiera cristiana.
E' una traversata segnata da tre importanti tappe (la città secolare, la città dell'uomo, la città di Dio), attraverso le quali l'autore si interroga e invita a interrogarsi sulle grandi questioni dell'attualità. Nell'itinerario ci accompagnano tanti altri viaggiatori (da Pascal a Nietzsche, da Kierkegaard a Ionesco), anch'essi inquieti e a caccia di risposte. Nella consapevolezza che a un certo momento la ragione si arresta e occorre adottare un altro modo di vedere e ascoltare.

Luciano Manicardi
Per una fede matura
Ed. Elledici, Torino 2012, pp. 208, Euro 13,00

Nell'ottica dell'Anno della fede, questo libro si pone nella scia dell'insegnamento del Vaticano II per riandare alla genuinità dei Vangeli e affermare la semplicità e la radicalità della fede in una prospettiva essenzialmente pratica. "Soprattutto vorremmo far risuonare nel nostro oggi le esigenze evangeliche circa la sequela di Cristo, vorremmo ridire la radicalità cristiana, perché solo dei cristiani convinti e appassionati, risoluti e miti, forti dell'umiltà di chi si sente cercatore umile e povero, possono far risplendere la luce di Cristo".

La fede come risposta di senso
Rino Fisichella
Edizioni Paoline 2005

Come presentare la fede all'uomo d'oggi in modo da poterla vivere nella forma più autentica possibile? Questo volume cerca di rispondere a tale domanda partendo da un'affermazione di san Paolo nella Lettera ai Galati: "Questa vita che io vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (2,20). "Vivere nella carne" è l'esistenza storica, quella quotidiana, fatta di incontri e di malintesi, di amore e di incomprensione. Questa vita, dice Paolo, io la vivo "nella fede". E qui nasce il paradosso che si apre dinanzi ai nostri occhi e che provoca la mente a riflettere sul senso di un tale atto: cosa vuol dire vivere nella fede? C'è contraddizione tra la vita quotidiana e quella della fede? Viene tolta una qualche forma di autonomia a chi vuole vivere nella fede? L'Autore risponde a tutte queste domande coniugando la fede con l'amore e presentando l'atto del credere come una scelta che personalizza chi la compie, dando veramente senso alla vita. Interpellato da Dio-Amore, l'uomo non può non rispondere se non con l'amore, compiendo l'atto antropologicamente più significativo della propria esistenza: abbandonarsi al mistero che gli viene incontro.

 

La sinfonia della fede
a cura di Leonardo Sapienza
Libreria Editrice Vaticana 2012

"Tutto il tesoro dei documenti che Papa Giovanni Paolo II ci ha donato è ancora lontano dall'essere sfruttato fino in fondo", ha detto recentemente Benedetto XVI.
Questo volume - che raccoglie quanto di più bello detto da Giovanni Paolo II sulla fede, durante il suo lungo pontificato - vuole appunto contribuire a far conoscere il magistero di Papa Wojtyla, in preparazione all'Anno della Fede, indetto dal suo Successore. 365 pensieri per ricordare che la fede è un dono di Dio di cui i cristiani sono responsabili. Il Papa del grido "Aprite le porte a Cristo!" ci ricorda che le fede cristiana è una eredità preziosa, che deve essere continuamente riscoperta, gelosamente protetta, e colmata di sempre nuova vitalità, per contribuire alla nuova evangelizzazione della società.

 

Scenari della fede - Credere in tempo di crisi
di Ugo Sartorio

1a edizione 2012 - Ed. Il Messaggero - Pagine: 132 - Prezzo: € 10,00


Le cose non vanno bene. C'è in giro molto risentimento. I cristiani, come tutti, sono arrabbiati e forse ce l'hanno un po' anche con Dio. L'impegno postconciliare per il rinnovamento è stato serio e la Chiesa non si è risparmiata, ma i frutti che oggi raccoglie sono avari. Mentre esternamente sono cambiati gli scenari della fede, anche in modo radicale, dentro la Chiesa - soprattutto europea - è sopravanzata un'evidente "stanchezza del credere" e quel "tedio dell'essere cristiani" spesso menzionati da Benedetto XVI. Ogni crisi riconduce all'essenziale, e obiettivo di questo libro è mostrare come anche il nostro sia un tempo buono e stimolante per credere in Gesù Cristo e vivere nella sua Chiesa.

 

Bruno Maggioni

Nuova evangelizzazione
Ed. Messaggero, Padova 2012, pp. 180, Euro 15,00

Riflessioni riguardanti il tema della missione, dell'evangelizzazione e della "nuova evangelizzazione" scritte in occasione del Sinodo dei
Vescovi (Città del Vaticano, 7-28 ottobre 2012). Evangelizzare significa
portare una notizia nuova, gratuita, oltre le attese dell'uomo, e al tempo stesso talmente umana che quando la incontri fa impallidire ciò che prima cercavi.

 

Io Credo. Dire la fede adulta

Edizioni la Meridiana 2012 pp.336 euro 18.


Nell'anno della fede si moltiplicano gli sforzi di studiosi,pastori, laici impegnati per arricchire a partire dal proprio vissuto e dalle proprie convinzioni il credo che professano, vivono e desiderano comunicare o risvegliare negli uomini d'oggi.
Sela fede non è libera e non è vissuta in maniera adulta, non aiuta e non serve a nessuno.

 

Il volto nuovo di Dio. Detti e gesti di Gesù

Lindau 2012 pp.132 euro 13


Gesù ama e basta. È quanto il noto teologo e biblista Bruno Maggioni intende comunicare come messaggio essenziale dei Vangeli. In Gesù si rivela un volto di Dio capace di provocare e coinvolgere anche l'osservatore più distaccato.


Piano Pastorale 2012-2013

"Alla scoperta del Dio vicino",
nella prospettiva dell'Anno della Fede
orienterà la vita della Diocesi per l'anno pastorale 2012-2013.


"Se Dio è vicino si sprigiona, irresistibile, la gioia della festa". Il cardinale Scola va alla radice della fede nella sua lettera pastorale Alla scoperta del Dio vicino.
"Nell'Anno della fede le nostre comunità dovranno concentrarsi sull'essenziale - sottolinea Scola -: il rapporto con Gesù che consente l'accesso alla Comunione trinitaria e rende partecipi della Vita divina. Come ogni profonda relazione amorosa il dono della fede chiede i linguaggi della gratitudine piuttosto che quelli del puro dovere, decisione di dedicare tempo alla conoscenza e alla contemplazione più che proliferazione di iniziative, silenzio più che moltiplicazione di parole, l'irresistibile comunicazione di un'esperienza di pienezza che contagia la società più che l'affannosa ricerca del consenso. In una parola: testimonianza più che militanza".
La lettera è divisa in tre capitoli. Nel primo, Il dono della fede, l'Arcivescovo ripercorre il cammino compiuto dalla Chiesa ambrosiana negli ultimi decenni, recuperandone il patrimonio "inestimabile" di fede e si inserisce su questo percorso, in un tempo in cui è forte la necessità della nuova evangelizzazione. Anche superando difficoltà e freni. Scola indica i pilastri portanti della comunità cristiana nel solco del 47° Sinodo diocesano e alla luce dell'insegnamento del Concilio e del Catechismo della Chiesa cattolica.
Il secondo capitolo è dedicato a La vita nella fede. Qui il Cardinale non si sottrae a sottolineare le tentazioni e i peccati che mettono a dura prova la fede. In particolare nei quattro ambiti che quest'anno avranno una speciale cura pastorale: famiglia ("prima scuola della fede" con un'attenzione a quelle segnate da difficoltà, "a chi ha il cuore ferito"); giovani (che invita a non avere paura della verità, "immaginata come limitazione della libertà", e propone loro "un percorso impegnativo denominato "Varcare la soglia""); ministri ordinati e consacrati ("è davvero impressionante il bene operato" da loro ogni giorno, ma devono superare la tentazione dello scoraggiamento ed evitare "consolazioni compensative, addirittura trasgressive, nell'attaccamento a persone e cose"); l'ambito della società plurale ("i cristiani sono presenti nella storia come l'anima del mondo, sentono la responsabilità di proporre la vita buona del Vangelo in tutti gli ambiti dell'umana esistenza.
Capitolo finale, le Tappe del cammino comune, con le proposte di alcuni momenti da condividere: "Invito tutti a partecipare agli appuntamenti diocesani, secondo le proprie possibilità... ciò che è comune deve prevalere su ciò che è particolare, perché sia visibile la comunione nella pluriformità. Il tutto deve brillare in ogni frammento".


"Credo. Aiuta la mia incredulità"

C'è tutto il dramma della fede nella frase che ispira la lettera dell'Arcivescovo
di monsignor Pierantonio TREMOLADA Vicario Episcopale


La frase a cui si ispira l'intera lettera del nostro arcivescovo per questo Anno della fede suona così: "Credo. Aiuta la mia incredulità". È la frase di un padre straziato dal dolore, costretto a vedere il proprio figlio umiliato da una malattia misteriosa, che gli antichi non sapevano decifrare.
"Maestro - dice quest'uomo a Gesù - ti ho portato mio figlio che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Questo succede sin dall'infanzia. Spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo". A Gesù, di cui ha tanto sentito parlare, quest'uomo rivolge una supplica accorata che lascia intravedere una sorta di sfinimento: "Se tu puoi fare qualcosa abbi pietà di noi e aiutaci!". A lui, Gesù ricorda con affettuosa autorevolezza che "tutto è possibile a chi crede". L'effetto è sorprendente: quest'uomo - dice il Vangelo di Marco - "rispose subito ad alta voce: "Io credo. Aiuta la mia incredulità!"".
Fermiamoci un momento su questa frase. Essa esprime bene il dramma della fede. Ne evidenzia i due aspetti: il bisogno di credere e la forte tentazione di non farlo. "Io credo", significa per quest'uomo sfiancato: "Io voglio credere, io ho proprio bisogno di credere!". È troppo forte in lui il desiderio di vita per il proprio figlio martoriato e per se stesso, spettatore impotente del suo strazio. Qualcosa dentro di lui lo spinge prepotentemente a pensare che l'ultima parola non può essere la desolazione. Per questo egli grida: "Io credo!".
Ma subito aggiunge: "Tu aiuta la mia incredulità!". E questo significa che la fede non va da sé, che qualcosa spinge in un'altra direzione, che una voce crudele dal di dentro suggerisce di non farsi illusioni, di guardare in faccia la realtà, di non aspettarsi nulla. Risuona l'eco del Salmo: "Le lacrime sono il mio pane, giorno e notte, mentre mi dicono sempre: "Dov'è il tuo Dio?"".
Così è sempre. Ogni uomo che vive sperimenterà questa tensione: da un lato il desiderio di vita e la speranza di un riscatto da parte di Dio; dall'altro la paura di fidarsi di Dio e di rimanere deluso. Una cosa potrà aiutare: sapere che lo stesso desiderio di vita e di bellezza è segno in noi della presenza e della potenza di Dio. È bene dare il giusto peso alle prove della fede, è però indispensabile riconoscere tutto il peso che ha il desiderio di bene presente in noi. Questo desiderio è più forte di ogni tentazione, perché è vero. Viene dalle origini, dal cuore stesso di Dio. Nell'incontro tra il bene desiderato da questo padre sfinito e il bene donato a lui da Gesù sta il segreto di ciò che siamo chiamati a credere: non c'è male che impedisca al bene di manifestarsi, sotto forma di un gesto d'amore che può avere anche la misura del miracolo.


Se Gesù è "forma" dell'esistenza
Un'esperienza di gioia, di vita vera: ecco che cosa significa davvero appartenere alla Chiesa


La fede si professa attraverso la parola, ma anche e soprattutto attraverso la vita. Può essere proclamata, ma prima di tutto esige di essere testimoniata. Credere è agire, operare, attivarsi. Che forma debba assumere questo agire l'uomo però non lo decide da sé. Non si tratta semplicemente di una opinione personale. La forma cristiana della vita si riceve da Cristo stesso, perché è modellata su di Lui. Chiunque la assume condivide uno stile di vita ed entra a far parte di una comunità che incarna nel mondo la novità della redenzione. La fede è perciò un modo di essere e di agire condiviso, una maniera comune di interpretare l'esistenza, un collocarsi all'interno della storia avendo delle coordinate precise e delle direttrici chiare. È obbedienza a una rivelazione che ha dato all'umana esistenza un'impostazione nuova. Parliamo così (il nostro Arcivescovo lo fa sempre al numero sei della sua lettera pastorale) della fede come di una "appartenenza". Credere è sentirsi parte di una realtà di bene nella quale siamo innestati; è avere radici, trovare il proprio contesto vitale, non sentirsi abbandonati e disorientati. Siamo accomunati da un'esperienza di grazia che non si è limitata a produrre un'emozione passeggera. Al contrario, la rivelazione di Dio ha dato una forma nuova alla vita. È di questo che noi facciamo esperienza quando sperimentiamo con verità l'appartenenza alla Chiesa. Non si tratta di regole esterne da osservare, di rigide procedure a cui attenersi, di solenni cerimoniali cui sottoporsi. Tutto questo sarebbe lettera fredda - direbbe San Paolo - non spirito vivificante. L'appartenenza alla Chiesa è esperienza di vita vera, è gioia della salvezza annunciata dalle sante Scritture, celebrata nei Sacramenti, sperimentata nella vita fraterna, testimoniata dai santi e dai profeti di ogni tempo, approfondita dal pensiero illuminato dei teologi e del Magistero. C'è un "noi" della fede che viene a coincidere con la realtà santa della Chiesa. La fede cristiana è infatti fede del popolo di Dio, realmente personale, ma mai puramente privata. È la fede di chi si scambia nel nome di Gesù il segno della pace; di chi non può accettare che qualcuno sia bisognoso; di chi fa dell'amore reciproco la bussola della propria vita; di chi si sforza continuamente di perdonare; di chi pone la propria intelligenza a servizio del bene comune. Una via di luce si è aperta nella storia con la morte e risurrezione di Cristo. Chi la percorre entra nella vita eterna. Ma mentre la si percorre si comprende che è già vita eterna questo riuscire a stare uniti nel nome di Gesù e questo sentirsi partecipi sin d'ora di ciò che è proprio di Dio.

 

Dio ci ha creati per benedirci
Siamo stati predestinati, dice San Paolo, a essere santi e immacolati nella carità

"La fede in Cristo - scrive l'Arcivescovo nella sua lettera (al numero sei) - è accoglienza piena di stupore". "L'iniziativa - continua - è sempre di Dio, che intercetta il desiderio di felicità del cuore di ogni donna e di ogni uomo". Si rimanda per questo all'inno con cui si apre la lettera di San Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 1,3-14). Un testo di rara bellezza. Dunque, credere è sempre un po' stupirsi, rimanere felicemente impressionati da quanto si riceve da Dio. Ogni volta che Dio si rivela, sempre misteriosamente, nelle circostanze a volte consuete e a volte no della nostra vita personale, ci si rende conto che egli consola e appaga. Si ha la sensazione forte e chiara di aver incontrato ciò che da sempre si sperava di trovare: qualcosa che si ha piacere di vedere, di ascoltare, di sentire; qualcosa che risulta perfettamente in linea con la parte migliore di noi stessi. Una voce segreta ci dice: "Meno male che tutto questo esiste!". Nel testo che introduce la Lettera di San Paolo agli Efesini si esprime questo pensiero mediante il linguaggio della benedizione. Scrive infatti l'apostolo: "Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità". Dio dunque ci benedice. Ci ha creato per benedirci, come ricorda anche il primo capitolo del Libro della Genesi. La parola "benedizione" è carica di significato: ha una risonanza tutta sua, assolutamente positiva. Quando diciamo di qualcuno che è "benedetto da Dio" o che "è una benedizione per noi", sappiamo bene cosa intendiamo, anche se faticheremo sempre a precisarlo. Si intuisce che in gioco c'è la vita nella sua sostanza: una vita vera, sana, ricca, luminosa, che diventa un dono anche per gli altri. Non per nulla - secondo La Scrittura - alla benedizione di Dio corrisponde la beatitudine dell'uomo. Ma il punto sta nell'essenza della benedizione: secondo San Paolo essa va cercata nella carità: siamo stati infatti predestinati a essere "santi e immacolati nella carità". La benedizione di Dio per noi consiste dunque nella manifestazione della sua potenza di amore: il sentirci interiormente custoditi, sostenuti, accompagnati, guariti dalla forza di bene che scaturisce costantemente dal suo mistero ineffabile. È questo che si può incontrare. Ed è questo che sempre ci stupirà e ci consolerà. L'incontro con persone giuste e generose, le parole e i gesti di accoglienza e di perdono, la comprensione sempre più profonda della Parola di Dio, la celebrazione intensa dell'Eucaristia, il silenzio del cuore: queste sono alcune delle vie che la benedizione di Dio percorre per raggiungerci. La nostra fede intanto cammina.



ANNO COSTANTINIANO


"Liberi per credere": "Il ruolo della fede nella costruzione del bene comune"
Dal 6 dicembre 2012 al 6 dicembre 2013 celebrazioni, eventi civili, appuntamenti culturali, ecumenici e interreligiosi


Liberi per credere". È questo il titolo che farà da filo rosso per le manifestazioni previste in occasione del XVII centenario dell'Editto di Milano. Un progetto molto ricco che vedrà la Chiesa ambrosiana riflettere sulla libertà, sulla laicità, sull'ecumenismo e sul ruolo delle religioni nel dibattito pubblico. Il senso del titolo è una trasformazione del concetto di laicità, verso la nuova laicità. "Liberi di credere" è quasi una sorta di indifferenza nei confronti della religione, invece con "liberi per credere" l'idea è che sei libero e quindi puoi realizzarti intuendo che la fede ti trasforma la vita, ti dà una dimensione che altrimenti non avresti. Per noi tutto questo lo si realizza in modo pieno nella fede cristiana.
Milano è stata crocevia e ponte tra la Chiesa di Ambrogio e la Chiesa di Oriente. Il progetto celebrativo consente di mettere in luce un momento della vita della Chiesa in cui si era tutti uniti (il primo millennio). Questo lo viviamo anche come una tensione: l'idea che dall'inizio Dio ha pensato alla Chiesa come una ed è stato poi il nostro peccato e la complicazione della storia a dividerla. Il nostro compito è tornare ad essere una, proprio per permettere di rendere ancora più vivo e libero anche questo messaggio di libertà e di maturazione dell'uomo che il cristianesimo è nella società. La dimensione dell'ecumenismo vivrà momenti diversi, perché per l'Oriente Costantino è una figura affascinante, è celebrata anche come un santo; per l'Occidente (soprattutto del secondo millennio) è stata rivista e riletta criticamente perché contiene anche alcune ambiguità. C'è il rischio infatti di asservire la religione a disegni che non le appartengono. È il rischio che il cristianesimo ha corso.
Questo è il vantaggio dell'iscrizione nella cultura e nella società della fede cristiana: è proprio il Dio cristiano che ha permesso questa separazione, la nascita attraverso il dogma dell'incarnazione, il principio della trascendenza, questo spazio di libertà relativamente autonoma dell'uomo. L'uomo è chiamato a giocarsi, a partecipare in modo libero al progetto di Dio, che non lo esegue per lui, Dio non asserve l'uomo, non lo rende suo schiavo, ma lo vuole partecipe.


Mostra biblica per l'Anno Costantiniano
Milano, 20 marzo - 30 giugno
è proposta dall'Associazione Sant'Anselmo all'interno delle celebrazioni ufficiali della Diocesi di Milano

 

Una mostra biblica nella Pinacoteca Ambrosiana si terrà dal 20 marzo al 30 giugno. Saranno esposti codici, facsimili, edizioni antiche della Bibbia provenienti dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, dalla Biblioteca Ambrosiana e dalla Biblioteca Trivulziana di Milano; un olio di Chagall e le sue acqueforti a soggetto biblico; la riproduzione in misura reale della Porta del Paradiso del Battistero di Firenze di Lorenzo Ghiberti; una scelta delle edizioni della Bibbia nelle diverse lingue del mondo e un bookshop delle edizioni italiane della Bibbia.

L'iniziativa, che gode dell'alto patronato dell'Arcivescovo di Milano e fa parte del programma ufficiale della Diocesi per le celebrazioni costantiniane, da una parte ripropone quell'elemento di unità della persona e della storia dei popoli costituito dal racconto e dal linguaggio biblico che ha seminato nel giardino dell'umanità parole che fanno grande la vita dell'uomo; dall'altra, invita a una riflessione in prospettiva sulla libertà religiosa.

Con l'allargarsi del pluralismo culturale e religioso delle nostre società, non può essere ridotta a una questione di "paletti" tra Stato e religione, perché esprime il diritto di ciascun uomo di cercare la verità che, come ha detto il cardinale Angelo Scola nel recente Discorso di Sant'Ambrogio, non ha solo carattere individuale ma ha o può avere una dimensione collettiva; una realtà che non può essere espulsa dalla società ma neanche disattesa nella corretta distinzione tra potere pubblico e religione in nome di una concezione unilaterale della laicità.


"EDITTO di MILANO e IL TEMPO della TOLLERANZA"
COSTANTINO 313 d.C

Proponiamo una visita ad una grande mostra a 1700 anni dall'Editto di Milano che sanciva la libertà religiosa.

Palazzo Reale a Milano (piazza Duomo 12)
dal 25 ottobre 2012 al 17 marzo 2013

"Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto abbiamo risolto di accordare ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità".

"Con esso il Cristianesimo, dopo secoli di persecuzioni, veniva dichiarato lecito e si inaugurava così un periodo di tolleranza religiosa e di grande innovazione politica e culturale.
Il percorso espositivo, con più di 200 preziosi oggetti d'archeologia e d'arte, racconta di Milano capitale imperiale, della conversione di Costantino e presenta i protagonisti dell'epoca, l'esercito e i suoi armamenti, la corte, i preziosi oggetti d'arte e di lusso.
Una sezione è dedicata a Elena, madre di Costantino, per metterne in risalto figura all'interno della corte imperiale e della
storia della Chiesa".

ORARI: lunedì: 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9.30-19.30; giovedì, sabato: 9.30-22.30.
(Il servizio di biglietteria termina un'ora prima della chiusura)

Ingresso: intero euro 9; ridotto euro 7,50

 

 

www.mostracostantino.it


ITINERARI DELLA FEDE

 

VISITA A ROMA

Chi si recasse a Roma nei prossimi mesi e, tra i tanti itinerari proposti, volesse volgere i propri passi sulle memorie del Concilio iniziato cinquant'anni fa, dopo aver visitato ovviamente S. Pietro dove la grande assemblea ebbe inizio, si svolse e si concluse, dovrebbe andare anche alla Basilica di S. Paolo fuori le Mura. Non solo perché qui il Concilio "nacque" nello storico annuncio che ne fece Giovanni XXIII, ma perché nella sala della Pinacoteca della stessa Basilica è allestita la mostra "Sanctus Paulus extra moenia et Concilum oecumenicum Vaticanum".
Il titolo in latino - la lingua dei Padri conciliari - era inevitabile per questa rassegna che, attraverso documenti originali, riproduzioni, fotografie e filmati, reperti vari e curiosità, si propone di far percorrere al visitatore il cammino del Concilio.
La Segreteria di Stato ha fornito molti documenti, in originale o riprodotti, che dalla fase preparatoria portarono all'apertura del Concilio, come la bolla di indizione "Humanae salutis" firmata da Giovanni XXIII. Altri contributi provengono da diversi organismi vaticani, l'Osservatore Romano, la Radio Vaticana e il Centro televisivo, la Biblioteca apostolica, l'Archivio segreto e l'Ufficio filatelico e numismatico, il quale presenta tutto il materiale (francobolli, buste primo giorno, monete e medaglie) uscito in quel periodo e, successivamente, per gli anniversari del Concilio. Oltre a numerose fotografie è possibile vedere un filmato di circa 13 minuti sulla cerimonia di apertura, riascoltare le famose parole di Papa Giovanni, quella sera stessa, del "discorso alla luna" ("portate una carezza ai vostri bambini"), ritornare alle immagini storiche e ai suoni dell'inizio dei lavori a S. Pietro grazie alla cronaca sonora fornita dalla Radio Vaticana.
Tra le curiosità è esposto il "passaporto di servizio per l'estero" rilasciato dalla Segretaria di Stato all'allora Vescovo ausiliare di Cracovia mons. Karol Wojtyla, altrimenti impossibilitato a venire a Roma per il Concilio a causa delle restrizioni imposte dal regime comunista polacco ai viaggi all'estero del vescovi.
C'è anche la "celebre" prima pagina dell'Osservatore Romano di lunedì-martedì 26-27 gennaio 1959. "Celebre" perché, all'indomani dello storico annuncio il quotidiano della Santa Sede se ne uscì con questo titolo su sei colonne "Il Sommo Pontefice Giovanni XXIII assiste a Sacri Riti di speciale supplicazione nella Basilica Ostiense". E la notizia del Concilio? Relegata in un trafiletto di spalla, insieme (e perciò sperduta) tra altri due annunci che aveva dato il Papa a S. Paolo: il Sinodo diocesano per Roma e l'aggiornamento del Codice di Diritto Canonico. Cose che succedono anche nei migliori giornali: la notizia clamorosa del Concilio era stata presa sottogamba.

La mostra resterà aperta per tutta la durata dell'Anno della Fede, fino al 24 novembre 2013.


Villa Cagnola "al cuore della fede" e dell'Editto
A Gazzada inaugurazione della mostra "Il Segno della Croce", aperta fino a novembre. Per la prima volta esposta al pubblico la rara Croce di Giorgio Lascaris

 

Domenica 10 marzo, presso il salone Paolo VI di Villa Cagnola di Gazzada Schianno (Varese), ha avuto luogo l'inaugurazione della mostra "Il Segno della Croce. Al cuore della Fede cristiana e dell'Anno Costantiniano", che resterà aperta fino a novembre. L'evento espositivo intende celebrare l'Anno della Fede e l'anniversario della emanazione dell'Editto di Costantino (313 d.C.). Per l'occasione sarà esposta per la prima volta al pubblico la Croce di Giorgio Lascaris, una rara croce in legno finemente scolpita, risalente al 1583.

Capolavoro d'arte e fede che si inquadra nell'ambito della tradizione bizantina fiorita attorno al Monte Athos, la Croce misura circa 45 centimetri in altezza ed è legno di bosso. È costituita da una parte superiore a forma di croce e da un piedistallo a sezione ottagonale, composto da uno zoccolo di base e da tre segmenti sovrapposti. Sulle facce e sui lati della croce, così come su quelle del piedistallo, sono raffigurate scene dell'Antico e Nuovo Testamento: alcune intagliate in bassorilievo, altre finemente scolpite all'interno di piccole nicchie. Tra le Croci di questo genere esistenti in Italia - una decina su un totale di circa quaranta esemplari noti - la Croce Cagnola vanta alcuni primati, tra cui quella di essere l'unica italiana firmata dal suo artefice, il misterioso Giorgio Lascaris: forse fu l'ultima della sua carriera.

E' anche possibile visitare la Collezione Cagnola che è una delle più belle collezioni private di tavole, per lo più a fondo oro, di pittori toscani e veneti del '300 e '400 e lombardi del '400 e '500. Fra gli altri sono presenti Ercole de' Roberti, Il Maestro della Madonna Cagnola, Jacopo Bellini e i Vivarini. Nell'ambito della pittura dei Seicento e Settecento spicca con diverse opere il veneziano Francesco Guardi. La raccolta comprende anche una delle più ricche e complete collezioni di maioliche e porcellane europee ed orientali; spazia tra i primi del '300 e la fine dell'800 percorrendo, in un viaggio immaginario, gli Stati dell'Europa occidentale sino ad arrivare in Estremo Oriente. Notevoli sono anche i numerosi arazzi fiamminghi e francesi, i preziosi mobili antichi, le sculture ed i bronzi.

La Collezione è aperta mercoledì e venerdì dalle 11 alle 16 e ogni ultima domenica del mese alle 16. Vi si può accedere solo con visite guidate. È obbligatoria la prenotazione. Per gruppi organizzati sono programmabili visite guidate a richiesta. Info: tel. 0332.461304 - reception@vilacagnola.it - www.villacagnola.it




Riflessioni sul tema della FEDE


 

ANNO DELLA FEDE E 50° DEL CONCILIO (1)

Fin dall'inizio del suo pontificato, il Papa ha indicato una priorità: rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l'accesso a Dio. In vaste zone della terra la fede è in pericolo di spegnersi e questo non può lasciare indifferente nessuno, tanto meno il successore di Pietro che ha il compito di confermare i fratelli nella fede e Benedetto XVI ricorda l'esigenza di riscoprire il cammino della fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e l'entusiasmo dell'incontro con Cristo. Da qui la decisione di indire un "Anno della fede", che inizierà l'11 ottobre 2012 e terminerà il 24 novembre 2013. In questo anniversario se ne inserisce un altro importante: quello dei 20 anni dalla pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica che alla fede è strettamente collegato. Sono due date che non potevano passare inosservate e sono state colte dal Papa come opportune per illustrare la forza e la bellezza della fede. E anche l'importanza di essere credenti: cosa vuol dire essere uomini e donne di fede? Il Papa registra: "Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto del vivere comune". E scuote questa tranquillità: che la fede sia un presupposto all'impegno nel mondo non è sempre vero, anzi talvolta viene perfino negato.
L'Anno della fede è l'invito ad una rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo, che introduce in una vita nuova e avere fede significa accogliere il Figlio di Dio che è venuto in mezzo a noi. La fede nasce da un incontro e vive di questo incontro; suscita nei credenti l'amore per l'altro inteso, prima che come soccorso nelle necessità materiali, come uno slancio per testimoniare: la gioia di credere accende la gioia di annunciare. E la fede cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia.
Un anno, quindi, per fare memoria del dono della fede ricevuto nella Chiesa, tramite i genitori, i sacerdoti, i catechisti, gli amici. E Benedetto XVI chiede anzitutto di intensificare la riflessione su che cosa sia la fede, per aiutare i credenti a rendere più consapevole e a rinvigorire la propria adesione al Vangelo nel mutare dei tempi e delle culture. Poi, "desideriamo che questo anno susciti in ogni credente l'aspirazione a confessare la fede con pienezza e rinnovata convinzione, con fiducia e speranza" e "auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità". Perché credere non è mai un fatto privato, ma è un atto che possiede rilevanza comunitaria e sociale. E quindi in questo Anno sarà anche decisivo mettere in luce il grande contributo che, in venti secoli di storia, uomini e donne hanno offerto alla crescita e allo sviluppo della comunità con la testimonianza della loro vita: sulle orme di Cristo "Autore e perfezionatore della fede" tanti questa fede l'hanno insegnata e ne hanno dato buona testimonianza. (agosto 2012)


Come e perché l'Anno della fede (2)

La riscoperta, la professione e la trasmissione della fede è il tema che più ci sta a cuore. Per questo rilanciamo quella che per noi cattolici oggi dovrebbe essere la notizia del giorno.

"Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone".
"Ho ritenuto che far iniziare l'Anno della fede in coincidenza con il cinquantesimo anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II possa essere un'occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari "non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa … Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre".
"Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l'aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza. Sarà un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell'Eucaristia, che è "il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua energia". Nel contempo, auspichiamo che la testimonianza di vita dei credenti cresca nella sua credibilità. Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno. Non a caso, nei primi secoli i cristiani erano tenuti ad imparare a memoria il Credo. Questo serviva loro come preghiera quotidiana per non dimenticare l'impegno assunto con il Battesimo".
"Giunto ormai al termine della sua vita, l'apostolo Paolo chiede al discepolo Timoteo di "cercare la fede" (cfr 2Tm 2,22) con la stessa costanza di quando era ragazzo (cfr 2Tm 3,15). Sentiamo questo invito rivolto a ciascuno di noi, perché nessuno diventi pigro nella fede. Essa è compagna di vita che permette di percepire con sguardo sempre nuovo le meraviglie che Dio compie per noi. Intenta a cogliere i segni dei tempi nell'oggi della storia, la fede impegna ognuno di noi a diventare segno vivo della presenza del Risorto nel mondo. Ciò di cui il mondo oggi ha particolarmente bisogno è la testimonianza credibile di quanti, illuminati nella mente e nel cuore dalla Parola del Signore, sono capaci di aprire il cuore e la mente di tanti al desiderio di Dio e della vita vera, quella che non ha fine". (settembre 2012)

Benedetto XVI


L'anno della fede: aprirsi alla luce (3)

don Pierantonio Tremolada
Vicario episcopale per la Pastorale Giovanile

L'anno pastorale che comincia è dedicato alla fede. Un'occasione preziosa per tornare alle radici. Nella sua lettera di indizione dell'anno della fede il Papa parla di "forza e bellezza della fede" e "dell'esigenza di riscoprire il cammino di fede per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia ed il rinnovato entusiasmo dell'incontro con Cristo". Forza, bellezza, gioia, entusiasmo: sono parole attraenti ma soprattutto vere. Esse lasciano intravedere la promessa di bene che la fede porta con sé. Volentieri, dunque, ci poniamo in questa prospettiva, con il desiderio di comprendere meglio la ricchezza che è data a chiunque crede nel Vangelo.

La fede e il mistero
Prima della fede c'è la bellezza del mistero di Dio che si rivela. Davvero è così! L'esperienza dei grandi santi ce lo conferma. Sulla via di Damasco San Paolo fu inondato da una luce abbagliante. In quell'istante egli fu conquistato interiormente da una potenza che aveva la forma dello splendore. La luce è amica per natura: essa attrae senza violenza, ti conquista perché ti affascina, ma non ti inganna né ti seduce. La luce è perciò simbolo della bellezza stessa di Dio, del suo mistero buono, la cui essenza è l'amore umile e onnipotente. Nulla è più attraente dell'amore autentico, che tra gli uomini si manifesta attraverso la mitezza e il servizio generoso, fino al dono della vita. L'icona della bellezza di Dio nella storia degli uomini è per noi l'Agnello immolato, il Cristo che stende mite le sue braccia sul patibolo. Quale straordinario segreto d'amore si nasconda dietro lo spettacolo della croce lo scoprirà ognuno che si mette a camminare nella fede. San Paolo fu folgorato da questa intuizione spirituale.

La luce e le tenebre
Anche solo una piccola luce permette di smascherare le tenebre e di vincerle. Chi non ha mai visto la luce potrebbe pensare che il buio sia la normalità. Chi vive in mezzo alla violenza potrebbe credere che il mondo non sia altro che questo. Purtroppo in alcune zone della nostra terra ciò accade. La speranza è tutta riposta nei piccoli gesti di amore, e a maggior ragione in quelli grandi. Essi rivelano l'esistenza di un mondo alternativo, anzi del mondo autentico. Il Creatore ha fatto tutto buono, dice il Libro della Genesi (Gen 1,31). Il bene è il vero segreto del mondo, la forza potente che lo conserva. Il bene, secondo la Parola di Dio, è la santità del Dio vivente che si manifesta, è l'amore divino che si fa storia. E quando esso si rivela nel mondo, il suo effetto è paragonabile a ciò che accade quando nel buio si vede brillare una luce. Dice bene Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: "In lui (cioè nel Verbo di Dio) era la vita e la vita era la luce del mondo; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta" (Gv 1,). Di questa luce amica l'umanità è resa partecipa grazie alla fede, di modo che ogni vero credente diventa una lampada che brilla nel mondo. I testimoni della fede sono destinati a lasciare dietro di sé, anche solo sotto forma di ricordo, una scia luminosa.

Il salto della fede
Credere è fidarsi di questa potenza di bene che viene da Dio. Fidarsi all'inizio e continuare a farlo nel tempo, fidarsi e affidarsi, lasciarsi conquistare e poi sostenere. Nel Nuovo Testamento il verbo "credere" è normalmente seguito da una preposizione che dice movimento, tensione, slancio: è un protendersi, un dirigersi, un gettarsi nelle braccia. Di sua natura la fede suppone un soggetto personale a cui rivolgersi con amorosa fiducia. Secondo la Parola di Dio, chi crede rimane saldo, trova pace, non teme, non si smarrisce. Egli deve però compiere il salto che lo porta nelle braccia del Padre celeste, non deve confidare in se stesso o nei potenti, non deve forgiarsi idoli su misura. Nemmeno deve confidare in ciò che è scritto sulla pietra, fosse anche la legge di Dio. Deve credere nel Dio vivente e proprio per questo e solo per questo osservare la sua legge. Per la Scrittura si crede anzitutto e sostanzialmente "in qualcuno"; solo in un secondo tempo si crede "qualcosa". La parola pronunciata è degna di fede a partire dalla persona che la pronuncia. E questo vale anzitutto per Dio. Non si dovrà mai anteporre all'amore di Dio la tradizione degli uomini. La fede e l'osservanza dei precetti non sono identificabili: la prima è immensamente più grande ed è la condizione senza la quale ogni osservanza perde valore. Anche le verità della nostra fede, che hanno assunto nel Catechismo della Chiesa Cattolica la forma dell'insegnamento, sono per noi preziose in forza dell'attraente autorevolezza di colui che le ha rivelate. Esse sono "degne di fede" perché fissano nel povero linguaggio degli uomini il mistero immenso e santo che ci ha rapito il cuore.

Gli occhi della fede
Ma credere è anche guardare il mondo nella luce del mistero. Ci è stato infatti concesso per grazia di entrare nella conoscenza di Cristo, di condividere il suo pensiero e di avere i suoi stessi sentimenti. Grazie alla fede si compie nell'uomo una vera e propria metamorfosi: i suoi desideri, le sue intenzioni, le sue decisioni prendono una forma nuova, corrispondente a quella del Cristo redentore. Un moto interiore dolce e potente plasma nel corso del tempo la persona e la eleva alle altezze di Dio. Ciò non avviene senza lotta, perché domanda una vera e propria conversione. La fede è così insieme il dinamismo avviato dalla libertà in sintonia con la grazia e la forma stessa che la vita assume in forza di questa decisione: alla fine la fede è il modo stesso di essere che l'uomo si ritrova a sperimentare per l'opera interiore dello Spirito santo. Intelligenza, volontà, affetti: tutto viene illuminato e orientato verso il bene. Nessuna ingenuità e nessuna condiscendenza nei confronti del male, ma prima di tutto un affetto sincero per l'umanità, che Dio ha posto sin dall'inizio sotto il segno della benedizione.

La fede dei giovani
C'è un modo di credere che è proprio dei giovani. Ogni epoca della storia ha bisogno di questa insostituibile testimonianza. I giovani interpretano meglio di tutti il presente. Essi sono i "figli del loro tempo" e aiutano gli altri a riconoscerne la grazia particolare. Cosa significhi oggi credere lo dobbiamo chiedere anzitutto a loro. Quali sono le possibilità, le esigenze, le attese, gli interrogativi attuali rispetto alla fede? Saranno loro a dircelo. Ma intanto dovremo insieme con loro impegnarci a non spegnere la speranza. Il senso di incertezza che serpeggia e l'esperienza quotidiana della precarietà rischiano di far perdere a tutti la fiducia nel futuro. Un velo opaco di malinconia potrebbe calare su questi anni. Occorre ritornare alla luce del mistero che ci salva. Che i giovani scoprano sempre di più il Vangelo della grazia, ne riconoscano la bellezza e la potenza: ecco quel che tutti desideriamo. Chi avrà il coraggio di dire che la cosa è impossibile? Piuttosto dovremo domandarci come far sì che il nostro annuncio e la nostra testimonianza di fede permettano loro di riconoscere meglio la palpitante verità del Vangelo, entrando in sintonia con ciò che essi considerano determinante per la loro esperienza. Che cosa, dunque? Sicuramente la passione per la vita, ma anche un insopprimibile bisogno di autenticità, una istintiva libertà nei confronti di ideologie e tradizioni prestabilite, l'apertura universale e la solidarietà, la pluralità di voci e il rispetto dell'altro nella sua diversità, il gusto del confronto e il desiderio di comprendere, la sincerità di rapporti e l'onestà nel riconoscere i propri limiti e le proprie fragilità. La fede in Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, non ha nulla da temere da una simile disposizione d'animo.

 

La fede dei ragazzi
Anche la fede dei ragazzi è un dono prezioso per la Chiesa di oggi. Dovessimo immaginare la nostra vita di credenti senza di loro, senza il loro entusiasmo, la loro spontaneità, la loro energia e immediatezza, ci sentiremmo decisamente più poveri. Come fa bene al cuore vedere i ragazzi pregare, cantare, celebrare, ma anche giocare, impegnarsi, aiutarsi, scusarsi, perdonarsi. Sono questi i gesti della fede: essi fioriscono là dove si cerca di amare con sincerità il Signore Gesù Cristo, lasciandosi raggiungere dallo splendore della sua verità.
Nello slancio del loro cuore, ancora ricco di una innocenza che il mondo non è in grado di soffocare totalmente, i ragazzi intuiscono la bellezza e la forza del bene. Non rimangono indifferenti ai gesti di affetto e di attenzione nei loro confronti e trovano sempre l'occasione per dimostrare la propria riconoscenza. È questa la strada maestra per la loro evangelizzazione: la cura amorevole per la loro vita. Del resto, essi sono sempre alla ricerca di persone a cui dare fiducia e con cui positivamente identificarsi. Quanto bene fanno a queste vite che stanno fiorendo gli esempi di fede dei giovani e degli adulti che li accompagnano e li guidano. Più di tanti discorsi vale per loro il poter vedere che i loro educatori credono davvero, che amano Dio sinceramente e intensamente, che lo adorano nel segreto del loro cuore e lo servono con gioia attraverso una vita retta e generosa.
Così infatti si trasmette la fede: per contagio. Nel caso dei ragazzi questa verità risulta particolarmente evidente. E per una volta si tratta di una febbre assolutamente buona.

La fede della Chiesa
La fede dei giovani e dei ragazzi ci rinvia alla fede della Chiesa. È questo il quadro in cui collocarla. Il soggetto della fede è per sua natura plurale e si identifica con il popolo dei santificati. Mistero di grazia, segno e sacramento di salvezza, la Chiesa di Cristo è il "noi" dei credenti. Essa è chiamata a presentarsi al mondo con i tratti di una comunità di fratelli.
Quanto sia difficile mantenersi nell'amore di Cristo e avere in Lui un cuore solo e un'anima sola, ce lo insegna l'esperienza di ogni giorno. Ma questo è il miracolo della grazia di Dio, che è all'opera nei cuori dei credenti. Continuamente purificata dallo Spirito, la Chiesa vive di questa santità che discende dall'alto e che le dà forma. La sua vita poggia su alcune colonne che ne determinano l'identità stessa: l'ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell'Eucaristia e dei Sacramenti, la comunione fraterna, la preghiera incessante, lo slancio della missione. Una socialità benedetta e redenta, di cui ci dà testimonianza il Libro degli Atti degli Apostoli quando descrive la prima comunità cristiana di Gerusalemme (At 2,42-47).
Questa appartenenza è per noi motivo di gioia e di fierezza. Essa ci allieta e insieme ci responsabilizza. Siamo tutti chiamati a custodire la bellezza della Chiesa e a preservarla dal male. Il noi plurale dei credenti, nella varietà delle età, delle situazioni e dei carismi, è uno dei segni più belli della potenza della grazia: questa è capace di fare unità senza mortificare le identità.
Tutti noi, adulti, giovani, ragazzi, ciascuno con la propria personalità e vocazione, ci sentiamo in Cristo una cosa sola. Siamo la sua Chiesa pellegrina sulla terra. Insieme vogliamo camminare. Il Signore benedica i passi che compiremo in questo anno. Egli ci conceda di crescere - per tornare alle parole del Papa - nella consapevolezza della "forza e della bellezza" della nostra fede.


La fede? Fa vivere. E apre alla gioia
Chi si fida dell'opera della Grazia può sperimentare il dono di un'esistenza "luminosa" perché "illuminata"
di monsignor Pierantonio TREMOLADA - Vicario episcopale

 

Al numero sei della sua lettera pastorale, l'Arcivescovo cita alcuni testi della Scrittura da cui si ricavano aspetti diversi e importanti dell'esperienza di fede. Vorremmo, uno dopo l'altro, provare ad accostarli per coglierne la ricchezza.
Il primo passo ricordato si trova nella Lettera ai Romani e costituisce, potremmo dire, il portale di ingresso di questo testo straordinario. La frase che San Paolo pone come tesi fondamentale suona così: "Il giusto per fede vivrà" (Rm 1,17). Che significa: "Grazie alla fede il giusto farà l'esperienza della vita". Si tratta di una verità grandiosa: la fede fa vivere!
Forse è utile qui distinguere tra esistenza e vita, ricordando che esse non necessariamente coincidono. L'esistenza è il venire al mondo; la vita è lo starci con gioia e soddisfazione. "Questa non è vita!", a volte si sente dire.
La filosofia detta appunto "esistenzialista" ci ha ricordato che il senso della vita non va da sé e che a volte il dramma dell'esistenza sembra contestarlo. La fede spinge invece nella direzione opposta: essa fa vivere, perché pone a contatto con la potenza di bene che viene da Dio.
Nel suo Vangelo Giovanni ci aiuta a capirlo meglio, qualificando la vita attraverso un aggettivo e ponendogli a fianco un altro sostantivo. Dice infatti che chi crede ha la vita "eterna", vita cioè autentica e piena, e che la vita è "la luce del mondo".
La vita, dunque, è un'esistenza luminosa perché illuminata. Sperimentarlo è un dono, che si riceve fidandosi dell'opera della Grazia. Questo significa appunto credere.


La fede vera richiede sincerità
Il miracolo nasce dall'affidamento reale, umile e totale a Cristo, nella supplica

di monsignor Pierantonio TREMOLADA Vicario episcopale

 

Non capita spesso di sentir dire nei Vangeli che Gesù si sia irritato. Il brano di Mc 10,14-29, che ci sta accompagnando in questo Anno della fede, è uno dei pochi che lo fa. Sorprende sentir dire da Gesù una frase come questa: "O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?". La reazione di Gesù segue la frase che il padre del ragazzo epilettico pronuncia: "Maestro, ho portato da te mio figlio che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti". È l'ultima parte che fa scattare la reazione di Gesù: l'aver "detto" questo ai discepoli. Il verbo ha un che di freddo. Allude al fatto che quest'uomo abbia come preteso da loro che liberassero suo figlio dalla sua malattia, pensando che questa fosse un'operazione quasi chirurgica di cui dovevano conoscere bene il procedimento, essendo del giro di Gesù. È vero che in precedenza i discepoli avevano scacciato i demoni (Mc 6,7-12), ma lo avevano fatto dietro esplicita indicazione di Gesù e partecipando del suo potere a loro espressamente donato.
Ciò che fa esasperare Gesù è il modo in cui si guarda al "miracolo", confondendolo con qualcosa di magico e ritenendolo dovuto. In questa prima richiesta del padre ai discepoli non c'è umiltà, e neppure un filo di commozione. Il contesto è quasi burocratico. I discepoli sono come messi alle strette. Il testo non ci dice come essi hanno reagito: se hanno interpretato la richiesta come l'occasione per dimostrare il loro potere (il che sarebbe biasimevole) rimanendo poi frustrati, oppure tentando di fare il possibile con timore e imbarazzo. In ogni caso l'esito fu per loro umiliante. Anche questo contribuisce probabilmente a giustificare l'indignazione di Gesù. Come è diverso, invece, il modo di parlare di questo stesso padre quando per la seconda volta si rivolge al maestro che ha reagito duramente. La descrizione della situazione di suo figlio e della sua è decisamente accorata e culmina in una richiesta che suona così: "Se tu puoi qualche cosa, abbi pietà di noi e aiutaci!". Dunque è il tono che fa la differenza, non la richiesta. Il prodigio ci sarà, ma sarà evidente che si tratta dell'opera di Dio e non di magia di uomini. La fede c'è quando entra in gioco ciò che l'uomo ha di più vero nel profondo di se stesso, quando egli lascia emergere con sincerità le sue attese più intime con confidenza e umiltà, sapendo che esse rimandano a un mistero di bene che lo sovrasta. La forma autentica del credere è l'umile supplica: essa sicuramente incontrerà il grande cuore di Dio.


Fede, una questione di cuore
L'incontro con Cristo comporta l'adesione della persona: ragione, volontà, affetti

di monsignor Pierantonio TREMOLADA Vicario episcopale

La fede in Cristo è adesione fiduciosa: è la decisione di orientare a Dio tutte le forze della propria persona (intelligenza, volontà, affetti), in una parola tutto l'io, il cuore". Con queste parole si pone in evidenza un altro aspetto importante della fede: quello della decisione accompagnata dalla fiducia. Credere è fidarsi e affidarsi, mettersi nelle mani di un altro convinti che ci aiuterà e ci farà del bene. Poter contare su una presenza amica e forte, in grado di reggerci e di guidarci.
Succede così anche tra gli uomini. Capita spesso di doversi necessariamente fidare di altri: per esempio dei medici, quando arrivano malattie e occorrono terapie o interventi. Chi ha ormai qualche anno sulle spalle sa bene quanta ansia si prova a mettersi nelle mani dei chirurghi! Altre volte, e la cosa è ancora più importante, si sente il bisogno di avere qualcuno di cui ci si fida per parlare, per condividere una gioia o una pena, per chiedere consiglio, anche solo per sfogarsi. Si intuisce bene che in tutto questo interviene il cuore: qualcosa nel profondo di noi stessi ci dice che possiamo correre il rischio, che possiamo cioè confidarci e quindi appoggiarci. Sentiamo che la persona a cui diamo credito lo merita davvero e questo sentimento ci rassicura e ci da pace.
Qualcosa di simile accade anche quando crediamo in Dio. Dice bene San Paolo nel passo della Lettera ai Romani citato dall'Arcivescovo nella sua Lettera pastorale, a commento di quanto stiamo dicendo: "Se con la tua bocca proclamerai che Gesù è il Signore e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza" (Rm 10,9-10). Dunque è con il cuore che si crede. Con la bocca si proclama a tutti che Gesù è il Signore, ma che egli davvero lo è per ciascuno di noi lo si "sente" nel profondo del cuore. Gli altri potranno ascoltare le parole che diciamo "sul Signore", ma in che senso e in che modo egli è "il nostro Signore" costituisce il segreto del nostro cuore. Nel profondo del nostro io, là dove tutto si unifica in una percezione di sé che precede ogni decisione, noi sentiamo che Cristo Gesù è diventato il Signore della nostra vita, che cioè di lui noi ci fidiamo totalmente e su di lui ci appoggiamo senza riserve.
C'è dunque un aspetto invisibile della fede che ne costituisce l'essenza e che rimanda al cuore. Qualcosa che traspare dalle parole e dalle azioni di un vero credente. È il suo cuore conquistato dall'amore per Dio, anzi dall'amore di Dio.


Se Gesù è "forma" dell'esistenza
Un'esperienza di gioia, di vita vera: ecco che cosa significa davvero appartenere alla Chiesa


La fede si professa attraverso la parola, ma anche e soprattutto attraverso la vita. Può essere proclamata, ma prima di tutto esige di essere testimoniata. Credere è agire, operare, attivarsi. Che forma debba assumere questo agire l'uomo però non lo decide da sé. Non si tratta semplicemente di una opinione personale. La forma cristiana della vita si riceve da Cristo stesso, perché è modellata su di Lui. Chiunque la assume condivide uno stile di vita ed entra a far parte di una comunità che incarna nel mondo la novità della redenzione. La fede è perciò un modo di essere e di agire condiviso, una maniera comune di interpretare l'esistenza, un collocarsi all'interno della storia avendo delle coordinate precise e delle direttrici chiare. È obbedienza a una rivelazione che ha dato all'umana esistenza un'impostazione nuova. Parliamo così (il nostro Arcivescovo lo fa sempre al numero sei della sua lettera pastorale) della fede come di una "appartenenza". Credere è sentirsi parte di una realtà di bene nella quale siamo innestati; è avere radici, trovare il proprio contesto vitale, non sentirsi abbandonati e disorientati. Siamo accomunati da un'esperienza di grazia che non si è limitata a produrre un'emozione passeggera. Al contrario, la rivelazione di Dio ha dato una forma nuova alla vita. È di questo che noi facciamo esperienza quando sperimentiamo con verità l'appartenenza alla Chiesa. Non si tratta di regole esterne da osservare, di rigide procedure a cui attenersi, di solenni cerimoniali cui sottoporsi. Tutto questo sarebbe lettera fredda - direbbe San Paolo - non spirito vivificante. L'appartenenza alla Chiesa è esperienza di vita vera, è gioia della salvezza annunciata dalle sante Scritture, celebrata nei Sacramenti, sperimentata nella vita fraterna, testimoniata dai santi e dai profeti di ogni tempo, approfondita dal pensiero illuminato dei teologi e del Magistero. C'è un "noi" della fede che viene a coincidere con la realtà santa della Chiesa. La fede cristiana è infatti fede del popolo di Dio, realmente personale, ma mai puramente privata. È la fede di chi si scambia nel nome di Gesù il segno della pace; di chi non può accettare che qualcuno sia bisognoso; di chi fa dell'amore reciproco la bussola della propria vita; di chi si sforza continuamente di perdonare; di chi pone la propria intelligenza a servizio del bene comune. Una via di luce si è aperta nella storia con la morte e risurrezione di Cristo. Chi la percorre entra nella vita eterna. Ma mentre la si percorre si comprende che è già vita eterna questo riuscire a stare uniti nel nome di Gesù e questo sentirsi partecipi sin d'ora di ciò che è proprio di Dio.


 

"Nessuno può credere da solo"
Non dobbiamo confondere la Tradizione (vita della Chiesa) con il tradizionalismo
di Pierantonio TREMOLADA - Vicario episcopale

"Nessuno può credere da solo, nessuno può vivere da solo; la fede è sempre dono del Signore che bussa alla porta di ciascuna persona e di ogni generazione con la voce, con il volto, con la storia di altre persone e di altre generazioni" così nella lettera dell'arcivescovo per l'Anno della Fede.
La maggior parte di noi ha ricevuto la fede dalla generazione che è venuta prima, l'ha come respirata dai primi istanti di vita. Un ambiente che diviene familiare, persone care, gesti e parole che si ripetono, buone abitudini, eventi importanti, feste e ricorrenze a cui ci si affeziona: tutto questo interviene a costituire l'esperienza della fede che si sviluppa quasi naturalmente nel corso degli anni. Chiamiamo tutto questo: Tradizione. Il termine è di tutto rispetto, direi anzi che è nobile, se inteso nel senso che gli attribuisce il Concilio Vaticano II che definisce infatti così la Tradizione: essa è la vita stessa della Chiesa nella storia, "tutto ciò che la Chiesa è e tutto ciò che essa crede". Pensiamo alla preghiera della Chiesa, alla sua liturgia, alla testimonianza dei suoi santi, all'impegno di carità verso tutti i bisognosi, alla fraternità coltivata nel nome del Signore, alla catechesi, alla riflessione teologica, agli insegnamenti del magistero: questa realtà variegata che si identifica di fatto con un vissuto quotidiano a noi caro è, appunto, la Tradizione. Non dobbiamo confondere la Tradizione con il tradizionalismo: la prima cresce, il secondo è fermo; la prima è viva, il secondo è spento; la prima guarda avanti, il secondo guarda indietro. La Tradizione è l'opera mediante la quale la Chiesa consegna di generazione in generazione il suo patrimonio di fede, arricchito del contributo che ciascuna di loro offre. Il concetto di Tradizione include infatti quello di progresso, di modo che per sua natura essa cresce e si sviluppa. È consolante pensare che prima di noi milioni e milioni di persone hanno creduto come noi oggi stiamo credendo e che l'hanno fatto nei vari secoli della storia, dunque in epoche diverse: pensiamo ai cristiani vissuti nell'Impero romano, nel Medio Evo, nel Rinascimento, al tempo della rivoluzione industriale. Noi siamo gli ultimi della serie, ma non gli ultimi in assoluto. Altri continueranno dopo di noi a leggere i Vangeli, a celebrare l'Eucaristia, a vivere la fraternità della Chiesa, a servire i poveri nel nome del Signore, a meditare sulle verità della fede. Ogni generazione continuerà a fare tutto questo in dialogo con la cultura del suo tempo e così il patrimonio della Tradizione si arricchirà. Si potranno scrivere pagine nuove della storia della Chiesa. Si potrà comprendere meglio che cosa la Chiesa è e che cosa la Chiesa crede.


La fede è tutto per l'uomo
Abbraccia la totalità dell'umano e nessun ambito ne viene escluso
di Pierantonio TREMOLADA - Vicario episcopale

"La fede in Cristo è integrale: è per tutto l'uomo e per tutti gli uomini": un'altra affermazione molto chiara che si incontra nella lettera pastorale del nostro Arcivescovo. Nella sua brevità questa frase risulta molto incisiva: la fede è per tutto l'uomo, cioè ha una dimensione di totalità, ed è per tutti gli uomini, cioè ha una dimensione di universalità.
Fermiamoci anzitutto sul primo punto: che la fede abbracci la totalità dell'umano significa che nessun aspetto ne è escluso. Non esistono ambienti per i quali si dovrebbe dire: qui la fede non c'entra. Possiamo immaginare che in un ospedale non ci debba essere spazio per la fede? O in un ufficio? O in una università? O in una azienda? Dobbiamo forse ritenere che là dove si esercita la propria professione o si svolge la propria attività sociale la fede non abbia diritto di cittadinanza? Può un credente pensare che, oltrepassata la soglia di certi luoghi, egli debba prescindere dalle sue convinzioni più profonde e velare - per così dire - il volto del Signore Gesù davanti al quale si inginocchia ogniqualvolta entra in una chiesa? E ci può essere qualche argomento, qualche settore o ambito del vivere umano dal quale la fede debba considerarsi legittimamente estromessa? Forse la scienza? O forse l'arte? O la tecnica? O la politica? Poiché la fede è uno sguardo sulla realtà, un modo di intendere il tutto nella luce amorevole di Dio, nulla può essere escluso; anzi, tutto deve essere incluso. Quanto si vive nelle nostre chiese è estremamente importante, ma le chiese non sono l'unico spazio della fede. Quest'ultimo si identifica con lo spazio della vita: dunque abbraccia tutti gli ambienti nei quali ci si trova a vivere. Potremo certo domandarci come la fede si esprime in ognuno di questi luoghi e allora risponderemo che il Vangelo stesso ce lo insegna: attraverso uno stile di onestà, di serietà, di generosità, di rispetto, di umiltà, di servizio, che faccia intravedere la potenza di bene del Cristo Risorto.
Ecco dunque il senso della fede "integrale" in relazione alla totalità dell'umano. Vi è poi il secondo aspetto, quello della universalità. La fede, si è detto, è "per tutti gli uomini": nessun popolo, nessuna etnia, nessuna cultura dovrà considerarsi estranea al credere cristiano. È un monito chiaro contro ogni discriminazione e un invito forte e chiaro alla reciproca accoglienza. Il popolo di Dio è costituito da nazioni e lingue differenti. Lo Spirito della Pentecoste permette di far risuonare in tutte le lingue conosciute l'unica parola di salvezza e questa è capace di generare la comunione ecclesiale.




La vera "potenza" su cui contare
Nella prova la nostra fiducia poggia sull'amore di Dio.
Così la fede in Cristo "fa storia"

di Pierantonio TREMOLADA - Vicario episcopale


"La fede in Cristo fa storia: il trascorrere del tempo, l'evoluzione dei rapporti entro la famiglia, entro la comunità di appartenenza, il mutare delle situazioni, l'assunzione delle diverse responsabilità, il variare delle condizioni di lavoro, di salute... tutta la vita pone domande alla fede e tutta la vita riceve risposte, nuova luce dall'unica rivelazione di Gesù. La perseveranza nella fede scrive una storia salvata, in cui progressivamente si svela che "né morte, né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Gesù Cristo, nostro Signore" (Rm 8,38-39)". Questo ampio testo che conclude il n. 6 della lettera pastorale dell'Arcivescovo mette a tema il rapporto tra la fede e la storia. Un rapporto essenziale per la storia, ma anche per la fede.
Quante cose cambiano nel corso della vita. La mutazione è un elemento costitutivo - direi strutturale - dell'esperienza umana. Basti pensare, appunto, alle età della vita e allo sviluppo della propria personalità: non a caso parliamo di "tappe" della crescita. Anche le situazioni cambiano, a volte improvvisamente. Vi sono infatti mutazioni previste a cui ci si può preparare e altre invece per nulla prevedibili, che nella gran parte dei casi ci colgono impreparati.
È possibile stare saldi mentre tante cose mutano? Si deve forse pensare che con il cambiamento delle situazioni debba inevitabilmente cambiare anche ciò che noi siamo nel profondo di noi stessi? Non c'è qualcosa di noi e in noi che non può continuamente mutare? Si dice spesso di persone stimabili che sono persone "tutte d'un pezzo", forti, sicure, affidabili. Nella prospettiva evangelica questo non significa che sono sicure di sé: sarebbe orgoglio e presunzione. Significa piuttosto che sono sostanzialmente serene e che davanti alle turbolenze della vita, ma anche solo alla mutazione degli scenari, non si smarriscono. Hanno certo coscienza della serietà di certe situazioni, della loro complessità, in certi casi del loro rischio. Non si sottraggono alle responsabilità che sono chiamati ad assumere. Semplicemente non si spaventano, non vanno in panico, non fuggono e nemmeno si deprimono. Piuttosto lottano con tutte le loro forze, si impegnano con tutte le loro energie, ma sempre con pacata magnanimità. E senza sentirsi degli eroi. Sanno su chi poggia la loro fiducia e sanno altresì che la potenza su cui possono contare per grazia è una potenza d'amore.
"Nessuno potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore", dice san Paolo nel passo della Lettera ai Romani che è stato citato. Lui che ben sapeva che cosa significasse perseverare nelle prove.

 


Il primo pilastro della comunità
L'insegnamento degli Apostoli fondamentale per i cristiani di tutti i tempi
di Pierantonio TREMOLADA Vicario episcopale

Il paragrafo ottavo della lettera pastorale va considerato come uno dei punti in assoluto più importanti del documento. Qui si parla dei "quattro pilastri portanti di ogni comunità cristiana". La fede ecclesiale non è immaginabile senza di loro. Li presenta così lo stesso Libro degli Atti degli Apostoli, in un passo che è giustamente considerato da tutti fondamentale (cfr At 2,42-47).
Il primo di questi pilastri è "l'insegnamento degli apostoli". Al tempo della prima comunità cristiana di Gerusalemme nulla è ancora scritto, tutto è "detto a voce": solo più tardi la parola dei testimoni si fisserà nei testi autorevoli dei Vangeli. Sarebbe molto interessante, oltre che istruttivo, provare a immaginare in quale maniera gli apostoli "insegnavano" nella prima comunità di Gerusalemme. I luoghi di incontro non potevano essere che le case. Si deve presumere che la comunità si riunisse in più abitazioni e quindi in diversi gruppi. Gli apostoli erano presenza attesa e amata in questi gruppi e qui essi appunto "insegnavano", presiedendo poi il gesto dello "spezzare il pane", cioè la celebrazione del memoriale del Signore.
La parola degli apostoli era assolutamente autorevole perché derivante da quanto essi avevano visto e udito. Erano i "testimoni della Resurrezione" non solo nel senso che avevano incontrato il Risorto dopo la sua morte, ma anche nel senso che erano in grado di rileggere in questa luce tutto quanto Gesù aveva fatto e insegnato. Ricordare e interpretare: sono questi i due verbi che stanno alla base dell'insegnamento degli apostoli e che ne fa un parlare di Gesù nell'intelligenza dello Spirito, in grado di coglierne la verità più profonda.
È quello che accade ancora all'interno di tutte le comunità cristiane. Conclusa l'era apostolica, cioè il tempo in cui vissero i Dodici, rimane intatta la testimonianza apostolica: essa altro non è se non la Parola di Dio offerta dalle Scritture interpretate nella fede della Chiesa. L'insegnamento apostolico assume oggi la forma di una Parola scritta per ispirazione dello Spirito santo e accolta nell'interpretazione spirituale della Chiesa.
È la profonda comunione con la Chiesa che consente di raggiungere le profondità di quelle che il Concilio Vaticano II, insieme con i grandi Padri della Chiesa, chiama "le divine Scritture". Il vitale radicamento nella santa Tradizione, cioè la assidua celebrazione dei Sacramenti, la preghiera personale e comune, la illuminante testimonianza dei santi, la riflessione sapiente sulle verità della fede, la filiale docilità alla guida del Magistero: tutto ciò costituisce il contesto vitale nel quale collocarsi per comprendere in verità l'insegnamento delle Scritture, cioè la forma attuale dell'insegnamento degli apostoli. Non è pensabile l'edificio della comunità cristiana, la "casa dei credenti", senza questo primo pilastro.


Condividere la festa, generare futuro
Ci sono "tentazioni" che minacciano la famiglia e il suo ruolo educativo. Una sfida che interpella la Chiesa
di Luca BRESSAN - Vicario episcopale

Chiediamoci a che punto è la recezione di Family 2012, a quasi un anno di distanza. Torniamo a sviluppare il tema, cercando di comprendere le ragioni del tono preoccupato con cui la Lettera pastorale del nostro Arcivescovo parla di famiglia. Al punto 12.1 parla infatti di tentazioni che minacciano la famiglia. Perché?
L'istituzione della famiglia si trova coinvolta in un processo di privatizzazione delle sue funzioni e del suo ruolo, che ne mina l'originario compito antropologico e sociale. Il risultato di tutto questo processo è un'istituzione familiare sempre meno capace di insegnare e di trasmettere la dimensione simbolica del vivere, ridotta a luogo di soddisfacimento dei soli bisogni materiali. Una famiglia siffatta è tuttavia un'istituzione povera e disequilibrata, che alla fine produce squilibri nei membri che la compongono e nella società che la ospita. È una famiglia che si vede sempre più appiattita sulla sola dimensione materiale dell'esistenza (produttiva: il lavoro; economica: il consumo), e sempre meno capace di condividere i codici della festa, che creano legami tra le generazioni e le aprono alla trasmissione dei significati del vivere e dei valori. Capace di condividere e di dare risposta ai soli bisogni materiali, è una famiglia incapace di generare alla vita adulta i giovani che la abitano, uccidendo di fatto il futuro a cui avrebbe dovuto aprirli.
L'indebolimento dei linguaggi che ne strutturano la portata simbolica di fatto riduce la famiglia a solo luogo di solidarizzazione del lavoro e del consumo, privandola di quell'ingrediente fondamentale - la condivisione della festa - grazie al quale la famiglia riusciva a realizzare quel compito originario di cui però tutti, a partire dalla cultura, sentiamo la mancanza: l'apertura alla dimensione pubblica della vita, al riconoscimento dell'altro come possibilità positiva di incontro e non solo evento negativo da cui difendersi; l'interiorizzazione di un "noi" sociale grazie al quale accedere alla dimensione del sacro, rendere tangibile il futuro, infondere umanità, creare il contesto e le regole fondamentali per lo sviluppo della cultura umana.
Ecco spiegato il motivo per cui il Cardinale parla di tentazioni che minacciano la famiglia. Occorre quindi che la nostra pastorale si collochi dentro queste sfide, sicura di custodire nella sua tradizione un patrimonio di valori e di significati non soltanto utili alla famiglia odierna, ma basilari per strutturare in modo più adulto la sua identità e tornare a vivere così la sua funzione originaria. La Chiesa sente il dovere di aiutare la famiglia a vivere in pienezza quel ruolo di educatore-trasmettitore delle grammatiche antropologiche fondamentali, senza le quali non si accede all'alfabeto della fede cristiana; senza le quali, prima ancora, non si accede ad alcuna esperienza di senso.
Ecco il motivo del legame profondo tra Chiesa e famiglia, dell'aiuto che la Chiesa intende dare alla famiglia, dell'aiuto che si attende dalla famiglia. Come recentemente anche la Chiesa italiana ha riconosciuto, dentro il dibattito acceso sulla riforma dei percorsi di iniziazione e di educazione alla fede.


Spezzare il pane: cibo e comunione
di Pierantonio TREMOLADA Vicario episcopale

"Spezzare il pane": un'espressione molto suggestiva nella sua semplicità. Allude al gesto che si compie quando ci si nutre, perché il pane quando viene consumato dev'essere spezzato (è una questione di educazione). Allude però anche al gesto tipico del condividere: si spezza un pane affinché ognuno ne possa ricevere un pezzo. In quest'ultimo senso l'espressione dice comunione, unità, condiscendenza, amorevolezza.
Nel passo degli Atti degli Apostoli in cui si descrive la vita della prima comunità cristiana di Gerusalemme questa formula viene utilizzata per indicare il gesti tipicamente cristiano della celebrazione dell'Eucaristia, gesto che i discepoli di Gesù compivano nelle case. Un gesto misterioso, che gli altri non potevano comprendere, ma che i cristiani consideravano fondamentale, perché compiuto in obbedienza al comando stesso di Gesù: "Fate questo in memoria di me".
Nell'ultima cena, infatti, Gesù aveva preso il pane non lievitato tipico della cena pasquale e lo aveva spezzato affinché ognuno dei dodici seduti a tavola con lui potesse riceverne un pezzo e cibarsene. Ritroviamo qui il duplice significato di nutrimento e comunione. Si intuisce che questo è proprio il senso dell'Eucaristia, fondamento della comunità cristiana: il pane che è il corpo del Signore è spezzato per nutrire ognuno che crede e per creare unità tra coloro che credono.
Ci si nutre di Cristo stesso, entrando personalmente in comunione con lui a partire dal segreto della propria interiorità; ci si ritrova profondamente e misteriosamente uniti gli uni con gli altri partecipando insieme della sua stessa vita. "Chi mangia di me vivrà per me" aveva spiegato Gesù ai discepoli nella sinagoga di Cafarnao. E sempre a loro riuniti a tavola prima aveva raccomandato: "Rimanete in me; rimanete nel mio amore". Nella preghiera rivolta al Padre alla vigilia della sua passione aveva detto: "Che siano una cosa sola come lo siamo noi!".
Il terzo pilastro portante di ogni comunità cristiana, è la celebrazione dell'Eucaristia e, più in generale, la celebrazione dei Sacramenti. Questo celebrare liturgico inseparabile dalla preghiera, perché introduce nel segreto di una presenza redentrice e apre il cuore all'adozione. Quella che possiamo chiamare "l'economia sacramentale" consente al Cristo risorto di essere nostro contemporaneo e a noi di vivere "in lui e per lui". Non solo, dunque, averlo di fronte come un modello, ma condividere il suo modo di sentire e di pensare, soprattutto il suo odo di amare. Realtà che ci sovrastano ma che insieme ci consolano. Come dice bene san Paolo: "Quelle cose che mai occhio vide e mai orecchio udì, Dio le ha preparate per coloro che lo amano".